Rinascita dell’Aquila a due teste

L’Albania. Cosa si pensa dell’Albania? Chi la conosce? La lingua, il territorio, le usanze, i costumi, la religione, il popolo.

Mi sono sempre chiesta come mai quando si pensa all’Albania la si associa immediatamente alle immagini dei profughi che sbarcano dalle navi e successivamente ai barconi di quel lontano periodo che seguì la guerra civile oppure un’altra associazione è quella legata a quell’aspetto intimista, ma sempre possibilista, a partire dall’abbigliamento scarno e privo di dettagli identificativi, anzi il dettaglio che identifica quasi tutti è la visione di un gruppo di persone che si chiamano immigranti quindi nullatenenti, quindi poveri, con quella faccia che chiede la pietas umana quando si trovano tutti insieme agli altri immigranti provenienti dal nord Africa o altri paesi dell’est ad attendere con il numero e la ricevuta di ritorno in mano l’apertura delle questure nelle città italiane nelle prime ore del mattino per avere il permesso di soggiorno.

Ma chi sono gli Albanesi? Questo popolo balcanico che fatica a farsi conoscere per quello che è stato e per quello che è diventato. È straordinario vedere le facce della gente quando ti chiedono “di dove sei?” e tu “sono albanese!” e loro “ah!” e comprendi subito dal rigurgito quel impertinente pregiudizio. Sono passati ventidue anni dal primo sbarco e 16 anni dall’ultimo eppure non son bastati per espiare quella colpa celata che gli albanesi hanno ma soprattutto quel pro-giudizio, e dico pro in quanto si compie un atto di favorire il mal pensare cioè a favore per cui pro il giudizio come se tutti fossero tenuti a darne uno a priori, che gli “altri” nutrono.

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Mi chiedo: “gli altri chi?” chi oggi si può permettere ancora di sentenziare su una storia e su un popolo del quale non si conosce praticamente nulla?! Ma poi accendi la televisione, leggi i giornali e tutti lo pensano, tutti lo temono “l’albanese è cattivo, è mafioso, è criminale, è senza morale, vende le proprie donne e le donne, a loro volta, sono delle meretrici, donne pronte a tutto, donne che possono portarti via il marito, il fidanzato, il compagno, insomma donne che distruggono!”.

Ecco questo è quello che di reale frulla nella mente della gente. E gli albanesi? Quelli che cercano il vero riscatto camminano a testa bassa operosi e non cercano nessuna attenzione, troppa la vergogna di un passato che non ti abbandona, che ti presenta la fattura nonostante tu non abbia colpe se non quella di essere nato nel paese delle aquile.

Altri che vivono al di sopra delle proprie possibilità ostentando una ricchezza che non possiedono, una ricchezza che non può essere associata alle possibilità di rimediare macchine di lusso o case stravaganti. Altri che hanno deciso di abbandonare le proprie vite nelle mani dei sciacalli o altri, che in Albania sono rimasti ripiegati su stessi ad attendere i figli emigrati che a loro volta, narrano una vita meravigliosa che non possiedono giusto per tranquillizzare coloro che hanno i cuori spenti e gli occhi chiusi.

Ma l’Albania oggi è mutata, è irriconoscibile. Il lavoro svolto negli ultimi quindici anni da aziende e multinazionali straniere hanno ridipinto lo scenario teatrale di questo paese che ha ospitato sette eserciti durante le guerre mondiali. Perfino i bunker, i famosi bunker che oggi si contano 750 mila in totale in tutto il territorio, quelli costruiti durante il periodo della dittatura di Enver Hoxha sono stati, su richiesta di Edi Rama oggi primo ministro dello Stato albanese, dipinti di colori sgargianti, così per ridare decoro alle città che ospitano queste costruzioni del periodo Hoxha che oggi rappresentano un pezzo di storia da non dimenticare.

È importante il concetto di “io ricordo”, talmente importante che la bandiera albanese, un’aquila a due teste su sfondo rosso fuoco, invita proprio a prendere atto di quello che è stato il passato, la testa dell’aquila che guarda a sinistra, per non compiere gli stessi errori nel futuro, la testa dell’aquila che guarda a destra della bandiera.

Ma torniamo agli albanesi e al pro-giudizio che si nutre nei confronti di questo popolo che in un modo o nell’altro ha avuto una rilevanza storica importante, per quanto riguarda il territorio che si trova al centro nei Balcani e per il legame che lo Stato albanese ha avuto con l’Italia.

È straordinario vedere che oggi l’italiano medio si trova costretto, a causa della crisi economica che incombe in Europa, a fare il viaggio all’incontrario cioè ad andare in Albania per fare le vacanze estive ad un prezzo stracciato. E già oggi succede questo, succede che l’impossibilità di non permettersi più di tenere il naso all’insù pieno del proprio giudizio porta l’altro, cioè l’italiano o altri europei, a rivalutare le proprie considerazioni razziste; gli italiani non sono più pro giudizio e così che il pregiudizio viene
meno quando imbarcano le loro macchine munite di bagagli sui traghetti che fanno il viaggio verso il paese di fronte.

Mi chiedo, come mai questo cambiamento repentino? Devono forse gli Albanesi ringraziare la “santa madre crisi” per aver rimesso in discussione il concetto del pregiudizio o semplicemente è una forma di prevenzione nei confronti di un popolo che in fondo si teme: “sono albanesi, potrebbero derubarci, potrebbero ammazzarci!”. È chiaro che la necessità può far sì che venga meno la dignità dell’uomo. Alla fine chi se ne importa. In Albania si mangia bene, perché i ristoratori che hanno aperto i locali han tutti studiato in Italia, e si dorme negli alberghi di lusso delle città costiere che ti fanno prezzi ridottissimi rispetto al cambio valuta che puoi trovare in Europa. L’Albania non la ferma più nessuno, neanche gli Italiani desiderosi di avere tutto ma che danno pochissimo. Oggi però non è il più tempo del fratello maggiore che si atteggiava, un tempo, a sceriffo riluttante. Oggi l’acqua del fiume non è più la stessa.

L’Albania negli ultimi anni, dal 2004 al 2008, ha avuto una crescita economica notevole ma questa crescita ha visto la sua caduta tra il 2009 e il 2011 a causa delle riforme fiscali e dei pochi investimenti stranieri. Per molti ancora l’Albania rappresenta una scelta pericolosa a causa della sua promiscuità culturale in un’area di transizione che si divide ancora oggi tra oriente e occidente. L‘occidentalismo a cascata che oggi si verifica in tutti gli Stati balcanici, inclusa l’Albania, racchiude in sé un carattere negativo in quanto carattere identitario poiché viene meno l’idea della balcanizzazione rispetto all’aspirazione a definirsi europei.
Il settore agricolo, o meglio l’agricoltura di sussistenza, sostiene un quinto del prodotto interno lordo del paese anche se negli ultimi anni novanta c’è stata una transizione economica con la diffusione di piccole e medie imprese manifatturiere a partire dalle calzature all’abbigliamento a piccole imprese agro-industriali che grazie alla collaborazione di società interne miste con imprenditori italiani hanno fatto si che si registrasse una crescita economica non indifferente.

Chiaramente gli imprenditori italiani investivano, nonostante i dubbi e le paure nei confronti di un territorio che si presentava inospitale a causa della mancanza di grandi reti di comunicazione moderne e veloci, in piccola scala ma questo permetteva anche la possibilità di un vero affare economico in quanto le imprese venivano favorite dal basso costo del lavoro dato che l’Albania risultava tra i paesi che avevano il più basso costo in Europa. Inoltre la disponibilità delle risorse naturali, l’Albania possiede le più importanti risorse minerarie: il nichel, il petrolio, il carbone e cromo; da sottolineare ancora la possibilità delle riserve di argilla, dolomite, gesso, bitume, marmo, vetri vulcanici e il sale marino bio-naturale di prima qualità nella regione di Valona e sulla riviera del sud del paese.

Queste imprese furono aiutate grazie alla riforma costituzionale con le prime elezioni multipartitiche nel marzo del 1991, il periodo delle prime immigrazioni in massa, e si conclusero nel 1998. Ma tra il 1997 e il 1998 a causa delle grandi insurrezioni popolari il processo di riforma e di ricostruzione sul piano politico sociale ed economico vide l’arresto e questo portò il paese in un profondo caos e con la perdita di credibilità nel panorama internazionale e con la immediata caduta degli indicatori macro-economici seguito al processo democratico.

Le cause delle rivolte popolari furono dovute al fallimento delle società piramidali ai quali gli albanesi avevano affidato i loro risparmi dietro la promessa di un’alta rendita del capitale investito. Nonostante l’instabilità creata da questi eventi conseguenti al regime di Hoxha, il quale aveva de facto inseguito una stabilità economica attraverso l’immobilismo politico e sociale, l’Albania si è risollevata dalle sue ceneri grazie alla trasformazione repentina che ha permesso una rinascita economica senza precedenti. La situazione potrebbe ulteriormente migliorare se i politici andassero oltre i loro personalismi e interessi privati ma in fondo non si può pretendere di passare da uno Stato sotto sviluppato a quello di in via di sviluppo senza la presenza dei lupi.

Possiamo dedurre che l’Italia come la comunità internazionale abbiano inciso nello sviluppo dell’economia albanese, ma è necessario sottolineare un fatto molto grave che dovrebbe farci riflettere cioè quella dell’induzione al liberismo economico. Questo liberismo ha portato nella classe politica albanese la perdita di vista dell’interesse per il bene comune a favore della collettività capitalizzata. La classe politica italiana ha effettuato le stesse politiche di Mussolini in quanto è più vantaggioso attivare politiche di sfruttamento piuttosto che riforme atte a modificare e a far crescere il paese sotto ogni profilo. Durante questa fase di invasione economica non si è provveduto al mantenimento di una rete sanitaria piuttosto che alla salvaguardia degli artigiani.

L’Albania ha stretto rapporti con gli Stati internazionali al fine di ottenere fondi europei che puntualmente arrivavano a Tirana, superando ogni altro paese dell’est europeo, ma questi aiuti spariscono all’arrivo nella capitale. L’incapacità della classe politica albanese di saper gestire le fonti economiche porta il settore pubblico ad essere pericoloso per le politiche internazionali. Ma nonostante queste dinamiche poco convenevoli è necessario sottolineare un altro aspetto fondamentale della realtà economica degli albanesi: le rimesse degli emigrati.

Gli emigrati, di cui la maggioranza in Italia a seguire la Francia, la Germania e Austria etc., hanno sostenuto il processo di trasformazione delle città albanesi. Gli emigrati. grazie alla loro permanenza all’estero e al lavoro, sono riusciti a ricostruire le loro abitazioni in Albania dando decoro e trasformando radicalmente le città ma soprattutto hanno investito con i mezzi moderni e le loro attività imprenditoriali hanno influito fortemente nel settore economico. Grazie anche alla stabilizzazione della moneta albanese negli ultimi anni in Albania si può parlare di una vera primavera economica. Un risveglio potente visibile nel numero delle imprese attive a Tirana ma va detto che questo è avvenuto anche tramite l’intervento di un processo economico informale dettato dalla poca chiarezza di alcune società imprenditoriali che agiscono borderline cioè al limite della legalità.

L’industria continua la sua crescita sempre in salita come anche il settore agricolo che tuttavia mantiene un ruolo fondamentale nell’economia albanese nonostante quest’ultima ha visto un ridimensionamento del 70% in tutto il paese. L’Albania oggi sta passando da un’economia di tipo pianificata a quella capitalizzata attraverso una struttura amministrativa che ha delle forti difficoltà nel sancire un processo evolutivo nel risanamento economico dovute specialmente alle pressioni che vengono inflitte dalla classe politica al potere poco presente. Oggi in Albania il governo di Edi Rama sta attuando delle riforme sul piano politico al fine di provvedere un ingresso di maggiori investimenti e per far fronte in special modo al debito pubblico che nel 2012 ha superato registrando il 60% del Pil.

Ma non sono i problemi economici a fermare il movimento di rinnovamento del paese che ha portato un contro esodo degli albanesi che rientrano nella propria terra riprendendo in moto ciò che avevano abbandonato durante i tempi delle società piramidali.

Da sottolineare il fatto che ad investire in Albania sono maggiormente società tedesche, olandesi, austriache e infine americane. Le società italiane che lavorano in territorio sono in numero minore e sicuramente rappresentano una realtà inferiore rispetto alle altre multinazionali. Inoltre l’Albania fa parte dell’organizzazione Nato per cui rappresenta un punto di svolta per l’occidente che necessita di mantenere gli occhi ben aperti sulla situazione medio-orientale. L’Albania di nuovo rappresenta un punto strategico tra l’Oriente e l’Occidente. Chiaramente la presenza delle truppe Nato dichiara l’appoggio incondizionato dello Stato albanese, ad un eventuale presa di posizione sul piano militare, agli americani.

Il lavoro svolto in precedenza dal presidente Berisha cioè quello dell’adesione dell’Albania alla Comunità Europea lo sta portando avanti anche il nuovo primo ministro Rama il quale trova questa necessità come un fondamentale processo evolutivo del paese. Appare chiaro, ritornando oggi nel paese delle aquile, che il panorama è mutato profondamente e in tempi velocissimi mai registrati da nessun altro paese. Ed è proprio questo cambiamento radicale che dovrebbe invitare i giovani, che hanno poca memoria o semplicemente più indaffarati a cercare una loro identità nel mondo piuttosto che ricostruire l’identità a partire dalle proprie radici, a riflettere.

È interessante osservare un paese che indossava un tempo colori grigi possa oggi aver aderito così rapidamente alla capitalizzazione. È come se ad un certo punto una intera generazione avesse chiuso gli occhi e invece di guardare indietro, per comprendere la radice delle proprie origini che dovrebbe caratterizzare il tratto identificativo di un popolo, guarda disperatamente avanti per non affondare. L’Albania ha una sua storia molto particolare e tanto antica ma sembra che quella generazione dei barconi del ’91 abbia disconnesso con il passato, come succede oggi con i cinesi nei confronti della loro storia, rinnegando a se stessi la rimessa in discussione sul piano sociale e morale del ruolo che quella vecchia classe intellettuale ebbe in quel tempo e del ruolo che avrebbe dovuto assumere nella conduzione del paese e dei propri figli. Ma quella classe politica se ne è lavata le mani e a differenza di Ponzio Pilato che lo fece dinanzi a tutti in questo caso diventa una rappresentazione simbolica per dipingere un’azione illegale di coloro che hanno abiurato nel nome del terrore il loro grido.

Trovo che sia, oggi più che mai, necessario fare un passo indietro, voglio dire che sarebbe più convenevole sedersi per comprendere e tirare fuori quella radice chilometrica per capire cosa è andato storto e per donarsi la possibilità di ricongiungere l’identità storica all’identità sociale odierna. Possiamo concludere dicendo che l’Albania oggi si presenta come un paese che non ha ancora sviluppato la transazione dall’economia pianificata a quella del libero mercato.

Lo Stato albanese non ha ancora provveduto a sviluppare delle politiche sociali che possano fronteggiare le realtà più vulnerabili e questo è dovuto alla carenza di strutture istituzionali che sanciscono il pieno sviluppo delle formule di mercato.

Autore: twitter.com/LikmetaAnita
Fonte: Huffingtonpost.it

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