L’Italia vola verso il Paese delle aquile

italiani-in-albaniaLa migrazione al contrario venduta come un successo

L’Albania ha sempre avuto una strana relazione con il nostro Paese.

Alternativamente nemica-amica per tutto il ’900, è stata guardata dall’Italia con estrema diffidenza durante la grande emigrazione degli anni ’90, poi dimenticata.
Negli ultimi tempi però l’Albania è tornata ad essere oggetto dell’attenzione del pubblico italiano, con un’accezione piuttosto controversa.

Il fenomeno è articolato fondamentalmente su due binari: il ritorno a casa dei migranti albanesi e la migrazione italiana verso l’Albania.
Nel primo caso si tratta di una dinamica in gran parte figlia della crisi che ha attanagliato il mercato del lavoro italiano (e non solo) : non essendoci più lavoro, nemmeno precario e  quasi nemmeno al nero, molti stanno scegliendo di fare ritorno in Albania.

Complice un costo della vita molto basso, proporzionato al panorama economico e sociale della popolazione media, l’albanese  che torna nel suo Paese d’origine fa una valutazione d’opportunità abbastanza semplice: i soldi guadagnati in Italia sono pochi per il mantenimento di una famiglia nel nosro Paese ma hanno un potere d’acquisto nettamente superiore in Albania, dove la moneta ufficiale è il Lek (1€=140Lek) e possono risultare sufficienti per realizzare un minimo investimento che possa in patria assicurare una condizione economica dignitosa, grazie anche all’esistenza di una regolamentazione piuttosto accomodante.

Il problema arriva insieme agli italiani.
Per mesi i giornali nazionali hanno parlato dell’Albania come una nuova Heldorado.
Se escludiamo dal ragionamento il flusso di studenti che per vari motivi scelgono Tirana per studiare,  salta agli occhi un numero sempre più nutrito di imprenditori che vanno a fare affari in terra albanese. Sono infatti più di 20mila gli Italiani che hanno scelto il “Paese di fronte” per trovare nuova fortuna e si contano almeno 500 imprese nella sola capitale, Tirana, di nostri connazionali.
Nessuno nega che la situazione italiana, purtroppo,  sia ben poco favorevole a quasi ogni tipo di business.
Tuttavia questo tipo di investimento ha delle sfaccettature discutibili.
La nuova impresa italiana sicuramente da lavoro agli albanesi relegandoli però nella loro situazione di lavoratori sottopagati e privi di alcuna tutela.

Basti pensare che lo stipendio mensile in Albania arriva ad un massimo di 300€, nel migliore dei casi, e che non esistono sindacati  . Inoltre la poca ricchezza che si va a creare è polarizzata al sud del territorio, che è già quello più avanzato.  Il nord, in tutto questo, è praticamente escluso e continua a combattere giorno dopo giorno per trovare un modo per sopravvivere.
Oltre alla mancanza di garanzie e tutele sul lavoro sono davvero scarsi anche gli investimenti pubblici in sanità e istruzione, e a questo poco serve un’impresa estera.
Anzi, in questo tessuto di abbandono politico fare affari diventa forse più facile, ma a scapito di chi?

La comunicazione data in Italia è stata quindi fuorviante ed occorre considerarla con attenzione.

Non si tratta della “Rinascita dell’Albania”, né della “riscossa” dei suoi abitanti. Si scorge invece tra le righe una parte di Italia che non ce la fa più, probabilmente anche a ragion veduta, e cerca quindi di sfruttare le potenzialità di un posto dove è ancora tutto da costruire.

Ma questo non procura vantaggio per gli albanesi, nè promuove un’evoluzione per l’Albania.

Una terra divorata dalla corruzione e inghiottita dalle cicatrici di una storia davvero complicata deve poter in primis puntare su di sé, con il supporto e non con la colonizzazione da parte di una classe media straniera. Così c’è piuttosto il rischio di andare ad alimentare un comportamento vizioso dello Stato tagliando le gambe alla possibilità, per i cittadini albanesi, di pretendere un cambiamento che sia dalla loro parte. /www.coreonline.it/

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