La nave della salvezza di Alessia Dule

la-nave-della-salvezzaEcco il racconto che ha vinto il premio Astalli a Roma. E’ stato scritto ad una ragazza dell’Istituto Comprensivo Romano d’Erzellino di Pove del Grappa (Vicenza)

La nave della salvezza Lo dicevano tutti, ne parlavano alle tv, le navi stavano partendo, il popolo esultava, finalmente potevano andarsene. Era il 1991, lui aveva appena finito il servizio militare, era un giovane che voleva la libertà, non voleva più obbedire agli ordini, non voleva più dover sottostare a dei comandi, voleva indietro la sua vita, e l’avrebbe avuta a tutti i costi.

Dicevano che avrebbero aperto le ambasciate, che Francia, Italia, Germania avrebbero portato uomini e donne al di là del confine, nel proprio stato, e lo avrebbero fatto se non fosse stato per la polizia, che era arrivata e aveva ucciso centinaia di persone innocenti, che volevano soltanto la libertà, volevano soltanto un posto tranquillo dove crescere i figli. La seconda volta si era diffusa la voce che avrebbero fatto partire le navi per l’Italia, ma anche lì ci fu solo una strage, bambini, uomini, donne, uccisi per nulla.

La terza volta fu quella buona, tutti dicevano che stavolta sarebbe partita davvero la nave, che stavolta sarebbero davvero stati salvati, allora lui decise di partire, ma come? L’unico mezzo per arrivare a Durazzo era il treno, e con quello non sarebbe mai arrivato in tempo, avrebbe perso l’occasione della sua vita, avrebbe già perso in partenza, stava per arrendersi quando vide un camion fermarsi davanti a casa sua, il camionista stava andando al bar dall’altra parte della strada, allora lo seguì e gli chiese dove stesse andando, il signore gli rispose che stava andando al porto di Durazzo, doveva portare un carico che sarebbe dovuto arrivare entro il sei marzo, il giorno in cui partiva la nave.

A quei tempi le persone si aiutavano molto più di quello che fanno ora, soprattutto in quel piccolo paesino, dove si conoscevano tutti, quindi appena lui gli chiese di portarlo con sé il camionista rispose di sì. Ce l’avrebbe fatta, sarebbe riuscito a scappare da quell’inferno finalmente. Corse a salutare la madre e il padre, il nonno, il fratello e a sorellina, che piangevano perché avevano paura che non l’avrebbero più visto, il che era probabile. Quindi in un’ora la sua vita aveva preso una svolta che non avrebbe mai più dimenticato. Arrivato al porto, rimase un momento immobile, c’erano troppe persone che stavano per partire, non aveva la minima idea di come avrebbe fatto a salire, sapeva solo che ce l’avrebbe fatta perché era l’unica occasione. Sgomitava, si accucciava e si infilava nei piccoli spazi tra una persona e l’altra mentre cercava di salire. Era quasi dentro, ce l’avrebbe fatta, sentì una mano che lo tirava su, era un suo compaesano, lo aveva riconosciuto tra mille volti sconosciuti. Così partì per quel viaggio, che forse lo avrebbe portato alla salvezza. Ormai era sicuro che ce l’avrebbe fatta, quando gli venne da pensare: “Cosa farò io lì? Cosa troverò una volta arrivato? E se non mi accolgono?”

Aveva paura, una paura di quelle che ti riempiono il petto e ti fanno tremare le gambe, aveva visto alla TV che in Italia erano tutti ricchi, non ci credeva, sapeva che non era tutto come lo facevano vedere nei film, ma era l’unica ancora di speranza che aveva, e ci voleva credere a tutti i costi. “Ilirija” era il nome della nave, che barcollava per le troppe persone, molte volte lui si era visto in mare mentre la nave dondolava, ma per fortuna resse per le ventiquattro ore che ci vollero per attraversare il mare, da Durazzo a Brindisi, senza cibo né acqua. Era il sette marzo del 1991, e lui era arrivato, era in Italia, finalmente libero. Le persone lanciavano bottiglie d’acqua e vestiti dai balconi, cercavano di aiutarli. Li misero nelle scuole, dormivano nelle classi e mangiavano cibo scaduto da poco, ma era pur sempre cibo. Il suo corpo era stanco, non mangiava da tre giorni ormai, quindi vomitò tutto quello che gli diedero.

Poi, un giorno, entrarono delle persone nelle classi e gli dissero di salire su un autobus, non sapeva dove era diretto, ma aveva capito un po’ di quello che dicevano perché a casa, di nascosto, guardava la Tv italiana. Aveva capito «partire», «nord» e «freddo», infatti dopo un viaggio parecchio lungo si ritrovò nella caserma degli alpini di Paluzza, in Friuli-Venezia Giulia, a pochi chilometri dall’Austria, dove si congelava. Rimase lì tre mesi e a fine maggio gli dissero che diversi autobus partivano per i comuni del Veneto, dove si sarebbe stabilito una volta per tutte. Ne prese uno a caso, tanto uno valeva l’altro in quella situazione, e finì a Cismon, un piccolo comune della Valsugana.

Fin da subito aveva ricevuto l’aiuto delle persone che ci vivevano, che gli donavano vestiti, mobili vecchi, lenzuola e tutto ciò che gli serviva. C’era una signora, che lui chiamava «Nonna Anna» che gli prestò il denaro di cui aveva bisogno, gli insegnò l’italiano e lo aiutò in tutto e per tutto, lo sostenne e insieme a suo marito gli diedero anche un lavoro e una casa. Una volta raccolti i soldi necessari, nel giugno del 1992, decise di tornare in Albania, aveva uno scopo preciso, voleva portare con sé in Italia la sua ragazza, l’amore della sua vita, e non l’avrebbe lasciata da sola, era troppo pericoloso. La portò in Italia in aereo, non voleva che lei soffrisse le sue stesse pene in nave. Da lì in poi loro costruirono la loro vita insieme, ed ebbero due figli, una dei quali sono io. Lui è mio padre. /corriere.it/

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