Month: August 2017

Giambattista Vico parlava di corsi e ricorsi storici. Con questa formula il filosofo napoletano sintetizzava la capacità di certe situazioni di ripetersi nella vita degli essere umani. Il Dossier Statistico Immigrazione 2017 elaborato dal centro studi e ricerche Idos e Confronti registra una di queste situazioni: oggi gli emigrati italiani sono tanti quanti erano nell’immediato dopoguerra. In numero, oltre 250.000 l’anno. Corsi e ricorsi della storia, appunto. Prima il calo poi la crisi del 2008 e l’inversione di tendenza L’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60, è andato ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita. Oltre 114mila persone sono andate all’estero nel 2015 Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno. La fuga dei cervelli A emigrare – sottolinea il report – sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati. Germania e Regno Unito le mete preferite Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela. L’investimento (perso) da parte dello Stato Ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse. I flussi effettivi sono ancora più elevati A rendere ancora più allarmante il quadro tratteggiato da questo dossier è un’uteriore considerazione: i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazioni di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via). Il centro studi: i dati Istat vanno aumentati di 2,5 volte Il centro studi spiega che rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, si legge ancora nel dossier statistico, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000). L’Ocse: Italia ottava in classifica Il problema dei tanti italiani che abbandonano l’Italia è stato segnalato qualche giorno fa anche dall’Ocse. Nell’ultimo report sui migranti l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici ha fatto presente che l’Italia è tornata a essere ai primi posti mondiali come Paese d’origine degli immigrati. Secondo l’Ocse, la Penisola è ottava nella graduatoria mondiale dei Paesi di provenienza di nuovi immigrati. Al primo posto c’è la Cina, davanti a Siria, Romania, Polonia e India. L’Italia è subito dopo il Messico e davanti a Viet Nam e Afghanistan, con un aumento degli emigrati dalla media di 87mila nel decennio 2005-14 a 154mila nel 2014 e a 171mila nel 2015, pari al 2,5% degli afflussi nell’Ocse. In 10 anni l’Italia è “salita” di 5 posti nel ranking di quanti lasciano il proprio Paese per cercare migliori fortune altrove./Andrea Carli//ilsole24

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La prima impresa per Joseph Marku, 24 anni, è stata «imparare bene l’italiano». Quando è arrivato in Italia dall’Albania nove anni fa conosceva pochissime parole, ha frequentato subito dei corsi intensivi e oggi quando racconta la sua esperienza in qualche momento assume persino la classica cadenza milanese. Poi «su consiglio di un amico» si è iscritto ad un corso di formazione del Comune, non ha puntato su una professionalità specifica ma ha scelto di prepararsi verso il mercato del lavoro in generale: «Ho imparato le regole sul mercato del lavoro – spiega -, come costruire un curriculum, come affrontare un colloquio». E il test sul campo per Joseph è arrivato da

un’«istituzione» per Milano, il panificio «Luini», il re dei panzerotti. Prova superata. «Ho imparato lì a fare il panettiere, a cucinare dolci, pizze e i classici panzerotti». Dopo un tirocinio di alcuni mesi è arrivato il primo contratto a tempo determinato e da circa un anno il posto fisso. /ChiCa/ilgiornale/

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Cresce l’interesse degli aspiranti medici e dentisti italiani per atenei stranieri che offrono maggiori chance di iscrizione rispetto allo stretto imbuto del numero chiuso

italiano. Nella capitale dell’Albania, all’università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, che tiene i suoi corsi in italiano, “sono arrivate circa tremila ‘manifestazioni di interesse’, 1500 per medicina e 1400 per odontoiatria per la quota riservata ai cittadini Ue. Molte più dello scorso anno. Si tratta solo di domande informali, non tutti si iscriveranno ai test d’ingresso a cui, negli anni scorsi, hanno partecipato in genere dai 600 agli 800 candidati “, spiega all’Adnkronos Salute il preside della Facoltà di medicina Giovanni Arcudi. L’università di Tirana ha appena pubblicato il bando per il test d’ingresso riservato ai

cittadini Ue che si terrà a fine settembre. “Non possiamo sapere quanti saranno gli iscritti quest’anno. In genere sono quasi tutti italiani”, spiega il preside. I posti messi a disposizione per gli aspiranti medici sono 50, e 30 quelli per i futuri dentisti. “Ma ci sono possibilità di aumentare il numero”, aggiunge Arcudi che tiene a sottolineare come l’università di Tirana abbia lo stesso numero chiuso europeo. “I nostri test d’ingresso per gli studenti Ue – precisa – sono gli stessi di quelli proposti in Italia. Il nostro ateneo è collegato con l’univerità di Tor Vergata di Roma e il titolo è equiparato. Abbiamo gli stessi docenti e un’offerta

formativa comparabile. Ci sono tutte le condizioni perché questo ateneo sia appetibile e perché i ragazzi non scelgano di trasferirsi a metà percorso”. Fino allo scorso anno, infatti, non era possibile per gli studenti chiedere il trasferimento in altre università a metà percorso ma oggi, dopo l’intervento della magistratura, questa possibilità c’è. A patto che l’ateneo italiano in cui ci si vuole trasferire abbia posti disponibili. Aumenta quindi il rischio che l’ateneo albanese venga utilizzato come scappatoia alle barriere del numero chiuso per poi far ritorno, con un

percorso facilitato, in patria. ” Non credo sarà cosi – conclude il preside – noi lavoriamo per offrire una buona formazione. Tra non molto sarà pronto anche il nostro policlinico (oggi ci sono convenzioni con gli ospedali pubblici di Tirana), stiamo ampliando le connessioni per una maggiore qualità e la vita a Tirana è gradevole. Questo contribuirà a mantenere l’attrattiva dell’ateneo”. (AdnKronos Salute)

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