Month: June 2017

È una tendenza in crescita negli ultimi anni che c’entra con la crescita economica albanese e il ristagno italiano, ma anche con le tante contiguità tra i due paesi

L’equivalente albanese dell’Istat, che si chiama Instat, tiene d’occhio da qualche anno una nuova tendenza: i giovani albanesi cresciuti in Italia che decidono di tornare nel paese d’origine. È un andamento seguito e conosciuto da Arber Agalliu, 29 anni, che è un giornalista albanese fiorentino diventato cittadino italiano dallo scorso autunno con la procedura dei dieci anni di permanenza: «è ancora la stessa legge 91 del 1992 con cui hanno preso la cittadinanza i miei genitori, ti rendi conto?», dice. È in Italia dal 1998, arrivato bambino con la cosiddetta “seconda ondata” di immigrazione albanese, ed è quindi in Italia da quasi vent’anni. È stato rappresentante della “Rete Albanesi in Toscana” e fa appunto il giornalista. Dice che in questi ultimi dieci anni sono rientrati in Albania dall’Italia 34mila albanesi. È vero che l’Albania ha goduto negli ultimi anni di una certa stabilità politica? «Sì, e anche la minacciata crisi di governo delle ultime settimane» – quella che ha fatto slittare il voto per le elezioni parlamentari e presidenziali almeno fino al 16 luglio – «in realtà è una falsa crisi, una cosa che se sei appassionato di politica europea, come me, ti sembra un po’… “all’albanese”».

Pur essendo l’immigrazione albanese una delle più antiche del nostro paese (una importante comunità albanese cristiana si insediò in Sicilia nel XV secolo, fuggendo dall’invasione turca), i picchi di arrivi si sono registrati nel 1991 e nel 1998, con le immagini indimenticabili delle grosse navi mercantili sovraccariche di uomini che partivano da Durazzo per arrivare in Puglia (quella dell’estate del 1991 fu la prima ondata del suo genere in Italia, e talmente forte da invertire completamente la tendenza della popolazione albanese: dalla crescita nella seconda metà degli anni Ottanta, a una crescita negativa fra il 1989 e il 2001), e la storia della colossale truffa bancaria del 1997.

Oggi gli albanesi in Italia sono intorno al mezzo milione, la seconda comunità straniera in Italia dopo quella romena, e l’anno in cui sono stati più numerosi è stato il 2013. Una differenza di rilievo nel tipo di arrivi sta più che altro nel fatto che a migrare oggi sono anche le donne. Nel misurare il flusso migratorio verso l’Italia, però, sia gli istituti di statistica italiani che quelli albanesi notano da qualche anno questa tendenza inaspettata, quella dei giovani che dall’Italia tornano a vivere in Albania. In Italia questo si misura con la cancellazione della residenza da parte di albanesi con cittadinanza italiana, registrata nel Bilancio Demografico nazionale: 2mila nel 2013, in crescita del 23 per cento rispetto all’anno precedente, e di nuovo in crescita l’anno successivo. La migrazione di ritorno dall’Italia all’Albania ha subito un’accelerazione a cavallo della crisi finanziaria internazionale del 2008. I dati dell’istituto albanese Instat confermano la tendenza. Se si guardano quelli del 2007 e quelli del 2011, il numero di ritorni registrati in Albania raddoppia, e i rientri sono in aumento ogni anno, in particolare dal 2008 in poi.

Negli ultimi anni, l’Albania sta diffondendo un’immagine imprenditoriale e turistica di sé molto migliorata, nella quale è difficile riconoscere il paese dal quale arrivavano decine di migliaia di giovani uomini che speravano di sfuggire alla povertà, attirati da un’idea televisiva della prosperità italiana non necessariamente corrispondente alla realtà. Ma la disparità di crescita economica fra i due paesi, oggi invertita, e la forte motivazione identitaria e ottimista di questo piccolo “boom” non spiegano tutto. «Da una parte l’Albania ha una crescita evidente», dice Agalliu, «il PIL cresce più o meno dell’8 per cento ogni anno, mentre in Italia cresce dell’1 per cento. Però in Albania la disoccupazione è ancora molto alta, intorno al 16 per cento, decisamente più che in Italia». Il fenomeno del ritorno dei giovani albanesi nel loro paese d’origine è cominciato una decina di anni fa, ma è diventato molto pronunciato dal 2014, un momento in cui, fra l’altro, erano più di 10mila gli studenti albanesi iscritti nelle università italiane. Quell’anno Agalliu scrisse di Armando, un giovane di origine albanese – laureato in Italia con una tesi su un progetto turistico-ricettivo per il lungomare di Orikum, in provincia di Valona – che stava pensando di tornare in Albania: «per me queste storie dimostrano che l’Italia non solo non riesce a tenersi la sua manodopera, ma nemmeno i suoi lavoratori qualificati: i cosiddetti “cervelli in fuga” dall’Italia sono anche quelli delle seconde generazioni».

Per Agalliu, l’incapacità un po’ strutturale dell’Italia di far tesoro delle risorse investite sulle seconde generazioni è abbastanza evidente: «prendi me, sono cresciuto qui, ho studiato qui, l’Italia dovrebbe desiderare di tenermi qui». Non è solo colpa della crisi economica, è anche questione della cultura che avvolge le seconde generazioni e che incide sulle loro scelte: «studi, ti laurei, e oltre a rischiare, per via della crisi, di finire a fare il cameriere con la laurea come i tuoi compagni di origine italiana, vieni anche un po’ discriminato perché hai un nome diverso, quindi hai ancora meno opportunità. Allora cominci a pensare a come far fruttare al meglio la tua dualità, questo tuo essere a cavallo di due culture, di due paesi, di due lingue, e se torni in Albania, lì il tuo nome non attira l’attenzione, e allo stesso tempo sei speciale perché hai studiato all’estero».

Uno dei rapporti Instat che studia esclusivamente le tendenze nella popolazione albanese più giovane, quella fra i 18 e i 29 anni, ha misurato le ragioni per cui gli albanesi rientrano: alcuni per riunirsi ai famigliari, alcuni perché sono convinti di trovare in Albania migliori opportunità d’impiego, ma la ragione più citata è “per aver perso il lavoro che avevano all’estero”. In realtà, nonostante la scolarizzazione in crescita e un generale miglioramento delle condizioni abitative e sanitarie nei paesi e nelle città, secondo i dati del Living Standards Measurement Study (LSMS, 2012), in Albania il 15 per cento dei giovani fra i 15 e i 29 anni vive ancora sotto la soglia di povertà. Non a caso un quinto dei giovani rientrati ha dichiarato all’Instat di avere una ferma intenzione di emigrare di nuovo. Il tipo di migrazione, però, sembra diventato più mobile, una sorta di andirivieni circolare o stagionale, fatto di sei mesi in un posto e sei mesi in un altro. Per Arber Agalliu, non è sorprendente – lui pensa infatti che la prossimità geografica sia fondamentale oggi per comprendere i meccanismi della migrazione albanese: «mi chiedono perché gli albanesi partecipino poco alle feste tradizionali in Italia, quelle che marcano l’identità sul territorio, e io dico che siccome gli albanesi sono una delle comunità immigrate da più tempo in Italia, ormai sono così radicati che non sentono il bisogno di marcare la loro identità. Allo stesso tempo, però, sono molto prossimi alla loro terra d’origine. Se sei indiano, o cinese, la domenica senti proprio il bisogno di stare con le persone che parlano la tua lingua e condividono le tue tradizioni. Ma un albanese, oggi, con 50 euro di volo torna a Tirana, con un volo equivalente a quello di uno studente sardo che rientri dal continente: non sente il bisogno di formare gruppi di riferimento della sua comunità perché in realtà ci torna quando vuole». L’Albania, dove l’italiano è conosciutissimo e familiare, è in questo senso quasi una regione italiana fuori confine.

In Albania, racconta Agalliu, «continuano a crescere le imprese fondate da imprenditori italiani, e se una volta a trasferirsi erano imprese di considerevoli dimensioni, oggi a spostarsi sono anche imprese molto piccole, ditte individuali, artigiani». In questo ecosistema, la freschezza e la dualità delle seconde generazioni vengono apprezzate come un bonus della loro professionalità, e i giovani lo sanno e se ne sentono attratti. «Io mi sento italiano, e forse non potrei riabituarmi ai ritmi di vita dell’Albania, ma non voglio nemmeno rinunciarci», dice Agalliu. «L’attrazione culturale resta, così molti giovani fanno un tentativo. Poi magari poi il lavoro non gli piace, ma non è affatto raro trovare giovani albanesi di seconda generazione che tornano in Albania e trovano subito impiego come team leader nei call center perché parlano italiano. O un saldatore italiano che a Tirana può sia fare il saldatore sia insegnare, perché si porta dietro dall’Italia una cosa che lì non c’è, e di cui l’Albania ha un gran bisogno, una certa cultura del lavoro».
/Marina Petrillo/ilpost.it/

Read Full Article

C’è quella di Bruno, studente di origini albanesi che considera l’Italia “come una madre che non mi vuole come figlio”; e quella di Fioralba, appena laureata in psicologia all’Università La Sapienza ma che ancora deve sostenere e passare prove di italiano nella vita di tutti i giorni. Sono le storie degli italiani senza cittadinanza che aspettano una risposta dalla politica chiamata a discutere ed approvare la legge sullo Ius soli. Come Tezeta, attrice nata in Gibuti che ha dovuto rinunciare agli studi per rimanere in regola con il permesso di soggiorno. “Fare questa battaglia per me non è stata una scelta: mi sono sentita obbligata – racconta – Ci ho messo 19 anni ad ottenere la cittadinanza. Mi auguro che presto, i bimbi nati o cresciuti in Italia, non debbano più affrontare il mio stesso calvario”
di Francesco Giovannetti

Read Full Article


Il bambino frequenta una classe prima elementare ed è figlio di un uomo arrivato in Puglia 17 anni fa a bordo di un barcone.

Dieci in italiano, idem in scienze, nove in matematica. Dieci anche in storia e geografia, ma nove in lingua straniera, scienze motorie e educazione artistica. Sono i voti da primo della classe di un bambino che frequenta la prima elementare. Voti che di sicuro non avrebbero fatto notizia, se non fosse che a pubblicarli è stato un uomo – Vito Zito – che ha voluto in questo modo rispondere a quanti, leghisti e “grillini” – da giorni si oppongono all’approvazione definitiva della legge sullo Ius Soli, ovvero il riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati o cresciuti nel nostro Paese. Già, perché quella pagella appartiene al figlio di una coppia di albanesi e quella foto è la risposta migliore a quanti sostengono che neppure i ragazzi nati nel nostro paese debbano avere accesso alla cittadinanza.

Scrive Vito Zito: “Questa è la pagella di prima elementare del figlio di un mio carissimo amico albanese. Il bambino è nato in Italia e i suoi genitori hanno vissuto qui più di quanto abbiano vissuto in Albania. Allora, se proprio non vi rendete conto dell’occasione, l’ennesima, che state facendo perdere a questo Paese, rassegnatevi, perché il futuro sarà in ogni caso di questi bambini”

Questa è la pagella di prima elementare del figlio di un mio carissimo amico Albanese. Il bambino è nato in Italia e i suoi genitori hanno vissuto qui più di quanto abbiano vissuto in Albania.
Allora, se proprio non vi rendete conto dell’occasione, l’ennesima, che state facendo perdere a questo Paese, rassegnatevi, perché il futuro sarà in ogni caso di questi bambini.

/fanpage.it/

Read Full Article

Spiagge poco affollate, prezzi equi e ottima ospitalità: un’idea diversa per l’estate balneare

«E allora, dove andate al mare quest’estate?»
«Quest’estate in Albania», risposta secca.
«In Albania?» con un tono di stupore e gli occhi sgranati neanche avessero visto lo yeti.
«Sì, Albania. C’è un bel mare, sai»
ALBANIA, DESTINAZIONE IN CRESCITA
C’è poco da fare, i pregiudizi sono duri a morire. Anche, o forse soprattutto, se si parla di destinazioni per le vacanze. L’Albania purtroppo si porta dietro un’immagine antica di terra povera e poco ospitale, da cui si scappa (anche se era anni e anni fa). Un buco nella carta geografica del Mediterraneo, la cui idea (sbagliata) è frutto della chiacchiera più che dell’esperienza diretta perché pochi in realtà l’hanno visitata.
E allora il modo migliore per sconfiggere il pregiudizio è andare a curiosare, trovarsi bene (come è normale che sia e come ogni operatore albanese si adopera che avvenga, quasi avesse introiettato il pregiudizio e volesse fare il doppio per dimostrare che è appunto un pregiudizio) e raccontare come è davvero la Riviera Albanese. Una destinazione turistica in crescita: vuoi perché altre zone del Mare nostrum sono diventate off limits, vuoi perché i pionieri sono tornati spargendo il verbo che il mare in Albania non è per nulla male.
LO STESSO MARE…
Del resto se la geografia non è un’opinione, e non lo è, l’Albania condivide le stesse (fresche) acque adriatiche della Croazia che va per la maggiore, del Montenegro buon retiro dei magnati russi e della Grecia, con le sue isole Ioniche care non solo a Foscolo, ma anche ai turisti di tutto il continente. Solo che per decenni quelle coste e quelle acque sono state off limits: vigilate da centinaia di bunker con cui il dittatore Enver Hoxha pensava di proteggere il suo Paese da una presunta invasione che alla fine non c’è mai stata.
Ma adesso l’epoca del comunismo agricolo di Hoxha è passata da un pezzo, la situazione politica del Paese si è faticosamente stabilizzata dopo un periodo abbastanza “sportivo” caratterizzato da rivolte e truffe di Stato e l’Albania si è attrezzata per accogliere i turisti. Anche perché decenni di isolamento almeno una conseguenza positiva l’hanno avuta: la costa è stata preservata dalle speculazioni edilizie. Certo, non è più come qualche anno fa, quando i pochi viaggiatori tornavano con racconti di chilometri di spiagge libere punteggiate di pochi ombrelloni e ancor meno turisti.
Adesso le spiagge non sono piene, ma più popolate sì. Specie a Dhermi che è una delle località più belle (e frequentate) dell’intera riviera albanese. Qui non c’è una vera e propria cittadina, ma diversi chilometri di spiaggia con qualche campeggio spartano e diversi alberghi, una vita notturna piacevole, un buon numero di ristoranti e un resort di buon livello
L PARCO NAZIONALE LLOGORAJA
La strada, la SH8, per arrivarci scendendo da Valona merita il viaggio. Abbandonata la lunga baia di Valona, che l’estate scorsa era tutto un fermento di lavori di riqualificazione del lungomare, si risale per i 1.027 metri del passo di Llogaraja, lunga una strada che sale ripida quasi che chi ha progettata non avesse bene in mente come costruire una strada di montagna.
Si è all’interno di un parco nazionale creato nel 1966 punteggiato di pini e di ristoranti a bordo strada di quelli che a Milano definirebbero “informali”, dove va per la maggiore la carne grigliata mangiata rigorosamente al fresco, sotto i pini appunto. Tutto si ordina a mezzi chili (ottimo l’agnello) con profusione di cipolla nelle insalate, si beve birra Peroni e sembra di stare a un pic nic senza l’impiccio di doversi grigliare da soli il pranzo ma con quel bell’odore di fumo che fa tanto campagna. È la porta d’accesso al litorale ionico albanese, quello che si estende da Dhërmi fino a Saranda e il confine con Grecia.
VERSO SARANDA
Una volta scollinato si apre un paesaggio maestoso: mare blu intenso, montagne brulle che drammaticamente digradano sullo Ionio, pochi piccoli paesi a marcare il territorio e, in lontananza, il profilo di Corfù. Tutta questa parte di costa è un buon posto per fermarsi da uno dei tanti affittacamere che si sono industriati. Case decisamente nuove, prezzi convenienti (anche se in agosto salgono), colazioni abbondanti con prodotti localissimi, spiagge libere e mare pulito.
Di Dhermi si è detto. Chi vuole una cittadina più grande può arrivare fino a Himare, che è l’unico centro relativamente grande della zona e si può visitare per un minimo di socialità. Chi è attratto dall’archeologia contemporanea non può mancare la scenografica di Porto Palermo, dove c’è una fortezza costruita da Alì Pasha, acque cristalline, due piccole strutture ricettive isolate e nell’angolo settentrionale della baia, un piccolo porto in disuso che veniva usato dai sovietici per nascondere i sottomarini di stanza nell’Adriatico. Dietro, sulla montagna bianca e brulla, qua e là spunta qualche bunker di cemento armato, testimonianza solitaria della follia dei governanti.
Ancor più a Sud, verso Saranda, le montagne sono più irte e le spiagge più piccole, ma un angolo di roccia dove stendere l’asciugamano lo si trova facilmente. Saranda invece è una città turistica a tutti gli effetti, con grandi ed eccessivi albergoni che si affacciano sul mare, spiagge zeppe di ombrelloni, locali che sparano musica stile Ibiza e una densità di persone per metro quadrato di sabbia che è meglio dirigersi altrove, specie se in Albania si è venuti per cercare quiete e spazio. O optare per l’originale e prenotare direttamente Ibiza, si eviterà di rimanere delusi. Certo che una volta che arrivate a Saranda non fate l’errore di perdervi gli scavi archeologici di Butrinto, con un grande teatro romano e una basilica paleocristiana.
LE ALTRE DESTINAZIONI
Questo il bello, la zona assolutamente da non perdere se scegliete l’Albania per il mare. Le altre destinazioni degli oltre 400 chilometri di costa albanese sono certamente ospitali ma forse meno scenografiche. Anche se basta allontanarsi dalle città per ritagliarsi il proprio angolo di spiaggia tranquilla. Durazzo (dove attraccano i traghetti da Ancona) va per la maggiore perché è un po’ la spiaggia di Tirana, specie la parte meridionale della città, e merita una sosta, giusto per curiosare nella vita di una città di mare durante l’estate.
Idem per Valona, anche se uscendo dalla città verso Sud il mare non è niente male, specie lungo la strada che porta ad Orikum. Mentre nell’estremo Nord al confine con il Montenegro, Velipoja è una Rimini venuta male e presa d’assalto da chi fugge dal caldo dell’interno, con una serie di condomini costruiti vicino alla spiaggia e un affollamento eccessivo per un mare basso e scuro. Però basta allontanarsi dalla città, verso Sud, dove inizia una zona umida ricca di piccoli canali, provare a buttarsi in qualche stradina secondaria a caso e trovare spiagge che non saranno caraibiche ma sono sufficientemente solitarie per fare un bagno.
«E allora, dove andate al mare quest’estate, in Albania?»
«Perché no…».
/touringclub.it/
Read Full Article

Ormai da qualche anno l’Albania è un Paese molto in ascesa turisticamente parlando e molto frequentato da turisti europei

“L’Albania è un Paese emergente, ormai rinnovato nelle infrastrutture e nelle strutture alberghiere, e adeguato agli standard europei a tutti i livelli. E’ considerata la meta turistica del 2017″. Non ha dubbi in merito Ombretta Fresco, titolare della adv Dreams Beach – La Playa del Sol – “L’agenzia viaggi intellettuale” Geo Travel agenzie associate, che il Paese lo conosce molto bene visto che il suo punto vendita da qualche anno si sta proponendo come tour operator verso l’Albania. A fine gennaio organizzerà un educational di 5 giorni con partenza da Verona.

Da qualche anno l’Albania è un Paese “molto in ascesa turisticamente parlando e molto frequentato da turisti europei”. Per quanto riguarda i bacini che hanno già sviluppato dei flussi, la meta è frequentata da turisti tedeschi, britannici, australiani e americani. Il mercato italiano? “Si sta affacciando da poco al Paese, che soffre purtroppo ancora di vecchi pregiudizi”.

Come sottolinea Ombretta Fresco, si tratta di una destinazione “adatta a viaggiatori curiosi e colti, appassionati di storia e mentalmente aperti, che hanno già visitato molti Paesi lontani e non, ma nulla sanno dell’Albania e ne sono incuriositi”. E’ adatta più ad un turismo “di gruppo, ma anche individuale”. Oltre al classico turismo archeologico, può proporre anche forme di ecoturismo/slow tourism nelle zone montane adatte agli amanti della natura e dell’escursionismo. “L’offerta è sensibilmente migliorata – spiega a Guida Viaggi -, con alcuni hotel 3* di buona qualità e di tipo tradizionale in alcune località antiche come Argjrocastro o Berat, ma la maggior parte sono hotel 4 o 5* di nuova costruzione”. I collegamenti? Sono via aerea su Tirana, “unico aeroporto, da molte città italiane. E’ possibile anche il collegamento marittimo da Ancona, Bari, Brindisi e Trieste. Negli ultimi anni hanno realizzato anche due ottime autostrade”.

Read Full Article

Cerro Maggiore (Milano), 11 giugno 2017 – In paese quasi tutti conoscono il furgoncino con il logo «Cab Carpenteria»: appartiene all’omonima azienda che dal 2012 è gestita da Bledar e Alban Cokaj, nati a Scutari, nel nord dell’Albania: «L’unione fa la forza. Siamo fratelli e questo ci dà la forza di portare avanti l’azienda, collaborando bene tra noi e con i nostri dipendenti». Bledar è arrivato in Italia nel 2003 e, nel giungo 2012, insieme al fratello Alban ha rilevato la carpenteria. Parla un italiano invidiabile, senza farsi mancare battute spiritose nel dialetto locale cerrese.

«Quando sono arrivato in Italia avevo 18 anni, ma adesso che vivo a Cerro Maggiore con mia moglie e i miei figli, il mio Paese è questo. Non mi sento straniero perché condivido i valori italiani, come ad esempio la certezza che lavorando bene e con il massimo impegno si può arrivare ovunque. Anzi, credo che possedere una doppia cultura, italiana e albanese sia un vantaggio perché ci permette di comprendere meglio la realtà che ci circonda».

Il fratello minore, Alban, lo ha raggiunto nell’agosto 2008 e si è subito dato da fare. Era in Italia da pochi giorni quando ha affrontato il test d’ingresso per Medicina veterinaria all’università Statale di Milano. Tra le oltre 900 persone che hanno tentato il test con lui, Alban Cokaj è stato ammesso ottenendo il terzo posto in graduatoria. «Tutti i miei compagni nel test hanno utilizzato la calcolatrice per fare i calcoli richiesti dagli esercizi. Io no, perché alle scuole superiori in Albania non mi era permesso usarla e mi sono abituato a farne a meno. Oltre a studiare Veterinaria, a me piace soprattutto realizzare disegni tecnici e parlare le lingue straniere. Prima di venire in Italia avevo imparato l’italiano guardando la televisione ed è per questo che mio papà mi ha suggerito di venire qui, insieme a Bledi». Ha studiato per due anni Veterinaria, ottenendo risultati molto buoni. Nel frattempo aiutava il fratello in carpenteria, fino a che le ore di lavoro sono diventate troppe: prima della laurea si è ritirato per dedicarsi a tempo pieno all’azienda. «All’inizio avevo nostalgia dell’Albania perché in Italia c’è una mentalità diversa da quella con cui sono cresciuto. Adesso invece sto bene e voglio vivere qui tutta la vita. Penso che sia importante imparare ad adattarsi alle regole e allo stile di vita del posto in cui vivi»./ilgiorno.it/

Read Full Article

Questa è una pagina della mia esperienza professionale in Albania che mai avrei voluto scrivere.

Ho pensato e meditato a lungo e desidero comunicarvi che da oggi non sarò più il CT della nostra Nazionale.

Mi fermo qui perché voglio pensare al bene e alla crescita della Squadra.

Credo di aver esaurito il mio compito, che mi ha consentito di tirare fuori da questi ragazzi quelle qualità che nel recente passato ci hanno consentito di vivere il Sogno Europeo!

Quel sogno che già nella prima partita in Georgia, attraverso quella lettera aperta, avevo cercato di instillare nella loro testa e nel loro cuore.
E’ una scelta professionale molto combattuta, difficile. Mi auguro possiate comprenderla anche se non tutti possono condividerla. Abbiamo vissuto anni densi di emozioni e di soddisfazioni e abbiamo raggiunto risultati davvero importanti che molti ritenevano impossibili!!!

In tutto questo tempo ho sempre lavorato con grande passione, con sempre nuovo entusiasmo, grazie anche ai risultati e all’euforia contagiosa di tutti gli albanesi, in Patria e di quelli sparsi nel mondo.

L’impegno quotidiano, la fatica per trasferire ai ragazzi una nuova mentalità, una mentalità vincente.

L’impegno costante insieme a voi giornalisti, ai media per far passare una comunicazione corretta, trasparente, propositiva, è stato un lavoro capillare, continuo davvero faticoso, a volte frustrante.
Voglio sottolineare che oggi lascio la guida della Nazionale senza avere una squadra nella quale lavorare, mentre in questi anni ho sempre resistito alle sirene di offerte di lavoro, sapendo che il mio posto era alla guida dei nostri ragazzi verso una crescita costante verso la loro realizzazione.
Dopo l’ Europeo ero fermamente convinto che avremmo potuto migliorare ulteriormente, e che l’esperienza fatta  durante le tre partite in Francia, ci avrebbe consentito un’ulteriore crescita globale.

E sarà cosi, ma con un nuovo CT!

Lascio con fatica, ma consapevole che il mio ciclo con questo gruppo è terminato, e che posso dare l’opportunità a chi mi sostituirà, di conoscere i ragazzi nelle prossime quattro partite.

Consentitemi di ringraziare tutti quelli che hanno collaborato alla crescita e allo sviluppo del progetto Albania, che ci ha portati ad essere anche al 22° posto nel Ranking Fifa, che ci ha permesso di battere la Norvegia fuori casa, di vincere e pareggiare contro la Francia e di vincere contro il Portogallo, imbattuto dopo di noi fino alla conquista di Euro2016!!!

E finalmente di raggiungere il nostro Sogno….

Voglio in questa occasione, ringraziare pubblicamente colui che mi ha dato questa grande opportunità, il Presidente Armando Duka, che sempre mi ha appoggiato, dandomi carta bianca nel operare nel mio ruolo di Selezionatore.

Un grazie di cuore a tutti i ragazzi che in tutto questo tempo hanno fatto parte della Squadra, grazie per tutto quello che mi avete dato, che avete dato per la nostra maglia.

E’ una esperienza che mi ha arricchito sia professionalmente che sul piano umano, mi avete stupito per la vostra dedizione e il vostro coinvolgimento nella nostra sfida.

Grazie a tutti i miei collaboratori, in particolare a Paolo, compagno di viaggio dal mio primo giorno in Albania, sempre pronto a sostenermi, instancabile nel lavoro sul campo e nei tanti viaggi per incontrare i nostri nuovi calciatori.

Ad Alberto che ha seguito la preparazione e il recupero dei ragazzi, a Ilir Boziqi a Ervin Bulku e tutto lo staff tecnico, a Benny Celiku a Gianluca Stesina, a Filippo Iori che ha trattato i giocatori insieme a Ylli Mihali a Merepeza a ArzenVoci, e al grande Fathos Kademi un lavoratore instancabile.

Tutti preziosissimi e grandi uomini squadra.

A tutte le persone che lavorano in Federazione che non si vedono ma fanno un lavoro prezioso, per il risultato finale.

Un grande ringraziamento a tutti i nostri splendidi tifosi, nostro dodicesimo giocatore!

Sempre pronti a seguirci con calore e colore ovunque.

Ogni cosa nel calcio, nello sport, come nella vita, ha un suo inizio e una fine. Il mio ciclo come CT della Nazionale è terminato, ma nulla potrà mai spezzare il legame forte che mi lega a questa nostra Nazionale, a alle tantissime persone che in questi bellissimi cinque anni e mezzo, ho avuto la fortuna di incontrare.

Ora il seme è stato piantato nella terra, la pianta sta crescendo e con l’impegno la cura e il lavoro di tutti saprà dare ottimi frutti.

Con riconoscenza

Gianni De Biasi

Read Full Article

Negli anni ’90 sono arrivati qui in cerca di un futuro migliore. Oggi, spinti dal boom economico del loro Paese d’origine, sempre più cittadini di Tirana e dintorni rientrano a casa. E aprono bar e call center
Ardjan ha fatto il cameriere a Bari per 15 anni ma adesso i camerieri li assume. Erjana ha comprato due locali passando da Torino a Tirana, e sostiene di averci guadagnato parecchio. Fation fa il supervisore in un call center: se la passa bene, però gli mancano i suoi amici rimasti al di là dell’Adriatico. Quel mare che decine di migliaia di albanesi hanno attraversato in cerca di un futuro migliore e che proprio 25 anni fa assistette alla morte di 120 di loro davanti a Brindisi, oggi è il teatro di un’emigrazione rovesciata.
Tirana è cambiata molto

La crisi nostrana e il contemporaneo boom dell’Albania hanno portato molti migranti degli anni ’90 a tornare a casa per ricongiungersi con la famiglia e avviare nuove attività grazie all’esperienza accumulata da noi. Secondo l’Istat, fra cambi di residenza deigli immigrati regolari e rimpatrio degli irregolari (come chi, scaduto il visto di lavoro, non ne ha cercato o trovato un altro), negli ultimi 15 anni quasi 40.000 albanesi sono tornati a casa, con un dato fortemente in crescita a partire dal 2013. «Non una data casuale» secondo Antonio Ricci, ricercatore del centro Isos che analizza i flussi fra l’Italia e i Balcani. «L’Unione europea, prima di concedere nel 2014 a Tirana lo status di candidato, ha chiesto riforme in grado di ridurne la pressione migratoria verso l’estero. Gli investimenti in tecnologia e infrastrutture sono raddoppiati e il livello bassissimo di salari e tasse ha fatto il resto». Da allora il Pil locale è cresciuto in media dell’8% annuo, contro lo 0,8% dell’Italia, e l’Albania è diventata una meta interessante.

Gli imprenditori ora investono in patria

Intorno al nuovo skyline colorato disegnato dall’ex premier Edi Rama, la vita notturna è affollata e divertente. «Qui molti bar, ristoranti e bed&breakfast sono gestiti da emigrati di ritorno» racconta Erjana, 39 anni 11 dei quali trascorsi in Piemonte prima come cassiera e poi come manager di un pub. Oggi si occupa di rifornire i locali della capitale, organizza eventi e matrimoni e allestisce set fotografici. «L’esperienza italiana per me è stata fondamentale, ma ho sempre pensato che un giorno sarei tornata. Ho investito i soldi che avevo messo da parte perché immaginavo che con un boom simile molti neoimprenditori avrebbero avuto bisogno di una mano. Non mi lamento, gli affari vanno bene». Da Assoalbania confermano la tendenza: fra ritorni a tempo pieno e investimenti in loco, l’interesse degli imprenditori albanesi in Italia verso la propria patria d’origine è altissimo.

Agron Shehaj e gli altri: le storie di chi torna

Anche perché molte delle nuove opportunità si concentrano nei settori dove è impiegata la maggior parte dei loro connazionali, non solo da noi ma anche nel resto d’Europa: turismo e ristorazione, edilizia, call center. Da quest’ultimo settore arriva Agron Shehaj, un’icona per molti: quando era bambino fu immortalato dai fotografi mentre raggiungeva, smarrito, l’Italia a bordo di una nave militare. Dopo la laurea a Trento è tornato a casa e ha fondato un impero da quasi 3.000 dipendenti. Fation, rientrato da Roma nel 2013, è uno di loro: «Guadagno 550 euro al mese come supervisor» racconta. «È la metà del mio ultimo stipendio italiano, e meno di quanto da voi prende un semplice centralinista, ma qui mi basta per vivere bene. Per questo molte aziende italiane hanno scelto di spostare qui i loro call center: parliamo tutti correntemente la vostra lingua ed economicamente conviene».

Ci sono incentivi per i rimpatri
La situazione, peraltro, non è circoscritta alla sola capitale. A Scutari Ardjan, ex cameriere, è diventato uno dei pasticcieri più famosi del Paese: «In Italia si sopravvive, non molto di più, soprattutto oggi» spiega. «A chi ha in mente di avviare un’attività in proprio suggerisco sempre di restare qua». Certo non sono tutte rose e fiori. Nel Paese la disoccupazione, seppure in discesa, è ancora al 16%, 2 punti sopra quella italiana. «E anche la corruzione, benché non sia paragonabile a quella degli anni ’90, resiste» osserva Noemi Tricarico, che con l’associazione Ipsia coordina dal 2009 un progetto di avvio all’imprenditoria sociale nel nord del Paese. «Il trend del ritorno è marcato anche qui, non solo dall’Italia ma da tutti gli Stati con comunità albanesi numerose. A Tirana c’è un ministero dedicato ai rimpatri e la Ue offre incentivi per chi rientra nel Paese d’origine (in Italia il programma Rirva, Rete italiana per il ritorno volontario assistito, offre 200 euro più il biglietto aereo, ndr), ma il coordinamento è insufficiente. E molti di coloro che tornano, soprattutto i più giovani, incontrano difficoltà a reinserirsi».

Fonte: Donna moderna di Gianluca Ferraris

Read Full Article