Month: April 2015

Gli albanesi sono stati sorpresi da una nuova ondata di emigrazione. Pochi mesi fa i media avevano dato risalto alle lunghe file alla stazione degli autobus di Pristina per mostrare come ogni giorno centinaia di persone cercassero di arrivare in Germania e in altri paesi Ue. E solo pochi giorni fa, gli albanesi di Albania hanno sperimentato ancora una volta una situazione simile al 1992: nella città costiera di Valona si era diffusa la voce che la Germania avesse concesso permessi di soggiorno e asilo politico o economico a chiunque. Ciò è bastato perché diverse centinaia di persone si siano decise a lasciare immediatamente il paese. Il fenomeno del nuovo “esodo” ha colpito altre città da sud a nord. Nella città di Kukes, a nord di Tirana, il rumor dell’asilo facile in Germania ha fatto sì che circa 500 persone abbiano richiesto un nuovo passaporto per viaggiare verso le capitali dell’Unione Europea.

albanesi-in-fugaIl primo ministro albanese Edi Rama ha qualificato come “strutture criminali” i gruppi che portano albanesi richiedenti asilo nell’Ue. Dalla città di Valona, colpita duramente dall’esodo di massa, il premier Edi Rama ha detto che “l’Unione Europea ha chiarito che non fornirà asilo economico agli albanesi e che i cittadini non devono cadere in preda alle truffe”. E non mente: la quasi totalità delle richieste di asilo provenienti da Kosovo e Albania viene respinta. Quella dell’asilo facile sembra quindi una mossa dei trafficanti di persone per nuovo vigore ai propri affari. Il capo della polizia di Stato, Haki Cako, ha detto che si sta investigando sul fenomeno criminale e si fermerà chiunque non abbia le carte in regola nei porti e aeroporti. Ma l’opposizione di centro-destra guidata da Lulzim Basha non perde l’occasione e attacca il governo Rama accusandolo di essere responsabile di un nuovo “esodo” a causa della crisi economica, delle mancate riforme, dell’innalzamento delle tasse, della disoccupazione, del fallimento nella lotta alla corruzione e alla povertà.

E’ pur vero che in condizioni di povertà diffusa, con una disoccupazione ufficialmente al 18.3% e di mancanza di reali prospettive per il futuro, l’emigrazione sembra l’unica strada percorribile per una generazione che non ha nulla da perdere. L’Istat albanese ha affermato ultimamente che circa 46.000 persone hanno lasciato il paese nel 2014, e secondo l’Eurostat 16.500 cittadini albanesi hanno richiesto asilo in un paese Ue.

L’emigrazione non si è mai fermata

L’Albania ha una lunga storia di emigrazione di massa. Il 2 luglio del 1990 diverse migliaia di albanesi entrarono nelle poche ambasciate straniere in Albania. Il 6 marzo 1991 circa 20 mila albanesi dirottarono le navi del porto di Durazzo e partirono per l’Italia in cerca di asilo politico. In quegli anni, migliaia di albanesi hanno attraversato il confine e hanno cercato asilo in Grecia mentre tentativi di migrazione di massa sono stati registrati anche verso la Macedonia. Nel luglio 1991, una seconda ondata di albanesi sbarcava sulle coste italiane, ma questa volta il governo italiano decise di rimpatriarli, dal momento che l’Albania aveva prontamente firmato la Dichiarazione di Helsinki sui diritti umani e gli immigrati non rischiavano nessuna persecuzione politica nel loro paese.

Durante gli ultimi vent’anni l’emigrazione ha portato fuori dall’Albania circa un terzo della popolazione L’istituto nazionale di statistica albanese INSTAT ha calcolato che nel decennio 1990-2000 circa 600 mila cittadini albanesi sono emigrati, mentre il governo albanese arriva a calcolare una presenza di cittadini albanesi all’estero di 1.093.000 nel 2005. /eastjournal.net/

Read Full Article

Two Albanian men climb down a rope to get aboard a boat leaving for Italy in the Albanian port of Durre Friday, March 14, 1997. Civil unrest has spread throughout Albania after an armed rebellion in the south of the country caused most police and army to abandon their posts to mobs enraged by losing money in failed investment schemes. (AP Photo/Santiago Lyon)
Two Albanian men climb down a rope to get aboard a boat leaving for Italy in the Albanian port of Durres Friday, March 14, 1997. Civil unrest has spread throughout Albania after an armed rebellion in the south of the country caused most police and army to abandon their posts to mobs enraged by losing money in failed investment schemes. (AP Photo/Santiago Lyon)

Era il 1997, lo scopo era fermare i migranti che arrivavano dall’Albania: non andò benissimo

Dopo il naufragio avvenuto nella notte tra sabato e domenica nel Canale di Sicilia, nel quale si teme siano morte circa 850 persone su una barca di migranti, diversi politici hanno suggerito di iniziare un “blocco navale”: cioè un’azione militare con l’obiettivo di impedire l’accesso e l’uscita di navi dai porti di un certo territorio. Nella recente storia dell’Italia c’è un precedente, anche se formalmente non fu chiamato così: quello del “blocco navale” sulle coste dell’Adriatico per fermare i migranti provenienti dall’Albania, negli anni Novanta.

L’Albania negli anni Novanta
Dopo la caduta del regime comunista, all’inizio degli anni Novanta l’Albania si ritrovò in una situazione molto complicata e difficile. Il paese era politicamente isolato, con un livello di criminalità molto elevato, povero e arretrato da un punto di vista economico. Il governo albanese cercò di porre rimedio con una serie di riforme, tra cui quella delle cosiddette “imprese piramidali” che funzionavano come delle banche ma con un tasso di interesse molto alto. Nel gennaio del 1997 la maggior parte di queste imprese fallì e un terzo delle famiglie albanesi perse i propri risparmi. La storia l’ha raccontata bene, tra gli altri, lo scrittore Vincenzo Latronico in un suo libro.

A Tirana cominciarono proteste che poi si estesero anche in altre città, durarono mesi e diventarono sempre più violente fino a quando l’allora presidente della Repubblica, Sali Berisha, dichiarò lo stato d’emergenza: solo una piccola parte del territorio albanese era rimasto sotto il controllo dello governo, mentre la maggior parte del sud e delle zone centrali (Tirana, Durazzo, Valona) erano gestite da bande armate. Fu in questa situazione – che viene storicamente ricordata come “anarchia albanese” – che cominciò a aumentare l’emigrazione verso l’Italia.
Italia AlbaniaItalia AlbaniaItalia AlbaniaItalia AlbaniaItalia Albania
Il “blocco navale” del 1997
In quell’anno di grave crisi e disordine per l’Albania, in Italia al governo c’era il centrosinistra e il presidente del Consiglio era Romano Prodi. Il ministro degli Esteri era Lamberto Dini; alla Difesa c’era Beniamino Andreatta e agli Interni Giorgio Napolitano. Il governo italiano decise di adottare una duplice strategia: da una parte offrire accoglienza temporanea nei casi di bisogno effettivo, con l’immediato ri-accompagnamento di coloro a cui non era riconosciuto quel bisogno, dall’altra parte evitare un afflusso massiccio di migranti verso l’Italia tramite un accordo con l’Albania.

Il 19 marzo del 1997 venne adottato un decreto legge che regolamentava i respingimenti; il 25 marzo venne firmato un accordo con l’Albania per il contenimento del traffico clandestino di profughi. L’accordo parlava ufficialmente di un «efficace pattugliamento» delle coste dell’Adriatico e dava alla Marina disposizioni per fare «opera di convincimento» nei confronti delle barche di migranti provenienti dall’Albania: in pratica però fu un vero e proprio “blocco navale”, criticato apertamente dall’ONU.

L’accordo prevedeva un controllo nelle acque territoriali albanesi affidato al 28° Gruppo Navale italiano, che operava regolarmente armato e pronto a rispondere al fuoco se provocato (aveva a disposizione anche un contingente di terra per il controllo dell’area portuale, del porto e del lungomare sul quale si trovavano le aree di partenza dei cosiddetti “scafisti”); una seconda fascia, costituita da navi d’altura, aveva il compito di sorvegliare lo spazio marittimo tra Albania e Italia per intercettare le barche con i migranti; la terza fascia doveva recepire la situazione trasmessa dalle unità d’altura e agire per contenere l’entrata nelle acque territoriali italiane.

Cosa avvenne il 28 marzo del 1997
Pochi giorni dopo la promulgazione degli accordi una motovedetta albanese carica di donne e bambini, la Katër i Radës, fu speronata nel canale d’Otranto dalla Sibilla, una corvetta della Marina militare italiana che ne contrastava il tentativo di approdo sulla costa italiana. Si rovesciò in pochi minuti: morirono 81 persone, ne sopravvissero 32.

Quel giorno a svolgere le operazioni di pattugliamento nel canale d’Otranto c’erano cinque navi della marina Italiana: le fregate Zeffiro, Aliseo, Sagittario, il pattugliatore Artigliere e la corvetta Sibilla. Le prime quattro avevano il compito di perlustrare le acque internazionali vicino alle coste albanesi. La corvetta Sibilla, invece, aveva compiti e funzioni difensive diverse: collocarsi al confine tra le acque italiane e quelle internazionali, controllando la seconda linea.

La Katër i Radës era stata rubata al porto di Saranda da un gruppo che gestiva il traffico di migranti. Nel pomeriggio del 28 marzo, intorno alle 15, partì da Valona carica di circa 120 persone, tra uomini, donne e anche molti bambini, molte più di quante ne potesse contenere. Alle 17.15 fu avvistata dalla fregata Zeffiro impegnata nell’operazione del blocco navale. La Zeffiro intimò alla Katër i Radës di invertire la rotta ma la nave albanese proseguì. Quindici minuti più tardi della nave iniziò a occuparsi la corvetta Sibilla, più piccola ed agile, che iniziò a effettuare le manovre di allontanamento, avvicinandosi in cerchi sempre più stretti alla Katër i Radës. Alle 18.57 avvenne l’urto. La Sibilla colpì la piccola nave (il ponte era lungo circa 20 metri) due volte: una prima, sbalzando molte persone in acqua e una seconda capovolgendola. Alle 19.03 la nave affondò. Alessandro Leogrande ha raccontato la storia della Katër i Radës in un libro intitolato Il naufragio.

La sentenza di primo grado, che risale al 2005, ma anche quella di secondo grado, del 2011, stabilirono che la colpa era condivisa tra i comandanti delle due imbarcazioni: il comandante della Katër i Radës venne condannato a quattro anni di carcere, poi ridotti in appello a tre anni e dieci mesi; Fabrizio Laudadio, comandante della Sibilla, venne condannato a tre anni, poi ridotti a due anni e quattro mesi. Il relitto della nave albanese, recuperato, è diventato un monumento a Otranto.

La situazione in Albania non migliorò, il governo locale chiese l’intervento di una forza militare internazionale: arrivò con l’operazione Alba, promossa dall’Italia e autorizzata dall’ONU. Il blocco navale permise di intercettare decine di imbarcazioni, ma non fermò i viaggi dei migranti: soltanto il 5 maggio a Bari sbarcarono 1.500 migranti. In Albania si tennero delle nuove elezioni a giugno; l’Italia in agosto ritirò il suo contingente militare e si impegnò poi ad addestrare le forze militari e la polizia albanese, mentre la situazione tornò molto lentamente a una specie di normalità. /ilPost.it/

Read Full Article

tomorr-kajtazi-2In un anno ha piazzato più di 1300 aspirapolveri. Come? “Ogni giorno devi imparare a adattarti a nuove situazioni e ad ogni tipo di persona”

Roma – 23 aprile 2015 – In tempi di crisi le famiglie cercano di risparmiare e non è facile far comprare loro prodotti come un aspirapolvere Folletto, ottimo sì ma anche abbastanza caro. L’albanese 32enne Tomorr Kajtazi della città di Bajram Curri, venditore porta a porta di questo elettrodomestico, però, sa come convincere diverse signore al giorno.

L’anno scorso ha venduto 1331 aspirapolveri, più di ciascuno dei 4 mila venditori che la ditta produttrice ha in tutta l’Italia. E se si tiene presente che si prende almeno un giorno di riposo alla settimana, quotidianamente Kajtazi fa firmare almeno quattro contratti.

Oggi vive a Mezzolombardo, in provincia di Trento. In Italia arrivò appena quindicenne, da “clandestino”. “Ero uno dei migliaia di disperati che invadevano le coste pugliesi” racconta su Shqiptariiitalise, oggi è il tipico immigrato integrato che ha fatto strada lavorando sodo.

Dal 1997 fino al 2013 ha fatto il falegname, lavoro che ha lasciato per diventare venditore porta a porta.

tomorr-kajtaziHa mostrato di avere talento innato per convincerti, sempre col sorriso, la gentilezza e la capacità di adattamento in ogni situazione e di fronte ad ogni tipo di persona. Senza scoraggiarsi mai dalle porte chiuse in faccia, lavorando tanto, dalla mattina alla sera, in due anni di lavoro è arrivato ad essere il primo.

Oggi dice senza farsi nessun problema di guadagnare molto bene: “Col mio lavoro mantengo benissimo la mia famiglia composta dalla moglie e tre figlie”.

Dice di non sapere il segreto del suo successo, ma di avere sempre “sorriso, gentilezza e tranquillità” con tutti i possibili clienti. Tomorr però è un ottimista che non si arrende mai: “Se trovi ospiti nella casa in cui hai bussato non ti devi scoraggiare e andartene, magari hai trovato dei nuovi clienti”.

Se in generale, il mestiere del venditore porta a porta non è facile, per uno straniero deve essere ancora più difficile. “Non è stato sempre facile, – afferma lui – la gente è diffidente verso gli stranieri, ma alla fine va oltre gli stereotipi se riesci a creare un rapporto positivo con loro”.

La sua ricetta? “Ogni giorno devi imparare a adattarti a nuove situazioni e ad ogni tipo di persona, sempre mostrando una personalità forte senza perdere mai la gentilezza”. /stranieriinitalia.it/

Read Full Article

affondare-gli-immigrati-santanche“Bisogna affondare i barconi in partenza, come avvenne per l’Albania e che si apprestino subito a fare i centri d’accoglienza sulle coste africane. Non ci sono altre soluzioni. Meglio un atto di guerra che perdere la guerra”. Daniela Santanchè, parlamentare di Forza Italia, intervistata da SkyTg24, ha consigliato a Renzi di fare in modo che la Marina metta i barconi in condizione di non partire. Questo in riferimento al naufragio nel canale di Sicilia che è costato la vita a centinaia di migranti. ”E’ la più grande tragedia del governo italiano. L’asse tra Renzi-Alfano e Boldrini ha portato a questo disastro”

Read Full Article

italiani-in-albaniaLa migrazione al contrario venduta come un successo

L’Albania ha sempre avuto una strana relazione con il nostro Paese.

Alternativamente nemica-amica per tutto il ’900, è stata guardata dall’Italia con estrema diffidenza durante la grande emigrazione degli anni ’90, poi dimenticata.
Negli ultimi tempi però l’Albania è tornata ad essere oggetto dell’attenzione del pubblico italiano, con un’accezione piuttosto controversa.

Il fenomeno è articolato fondamentalmente su due binari: il ritorno a casa dei migranti albanesi e la migrazione italiana verso l’Albania.
Nel primo caso si tratta di una dinamica in gran parte figlia della crisi che ha attanagliato il mercato del lavoro italiano (e non solo) : non essendoci più lavoro, nemmeno precario e  quasi nemmeno al nero, molti stanno scegliendo di fare ritorno in Albania.

Complice un costo della vita molto basso, proporzionato al panorama economico e sociale della popolazione media, l’albanese  che torna nel suo Paese d’origine fa una valutazione d’opportunità abbastanza semplice: i soldi guadagnati in Italia sono pochi per il mantenimento di una famiglia nel nosro Paese ma hanno un potere d’acquisto nettamente superiore in Albania, dove la moneta ufficiale è il Lek (1€=140Lek) e possono risultare sufficienti per realizzare un minimo investimento che possa in patria assicurare una condizione economica dignitosa, grazie anche all’esistenza di una regolamentazione piuttosto accomodante.

Il problema arriva insieme agli italiani.
Per mesi i giornali nazionali hanno parlato dell’Albania come una nuova Heldorado.
Se escludiamo dal ragionamento il flusso di studenti che per vari motivi scelgono Tirana per studiare,  salta agli occhi un numero sempre più nutrito di imprenditori che vanno a fare affari in terra albanese. Sono infatti più di 20mila gli Italiani che hanno scelto il “Paese di fronte” per trovare nuova fortuna e si contano almeno 500 imprese nella sola capitale, Tirana, di nostri connazionali.
Nessuno nega che la situazione italiana, purtroppo,  sia ben poco favorevole a quasi ogni tipo di business.
Tuttavia questo tipo di investimento ha delle sfaccettature discutibili.
La nuova impresa italiana sicuramente da lavoro agli albanesi relegandoli però nella loro situazione di lavoratori sottopagati e privi di alcuna tutela.

Basti pensare che lo stipendio mensile in Albania arriva ad un massimo di 300€, nel migliore dei casi, e che non esistono sindacati  . Inoltre la poca ricchezza che si va a creare è polarizzata al sud del territorio, che è già quello più avanzato.  Il nord, in tutto questo, è praticamente escluso e continua a combattere giorno dopo giorno per trovare un modo per sopravvivere.
Oltre alla mancanza di garanzie e tutele sul lavoro sono davvero scarsi anche gli investimenti pubblici in sanità e istruzione, e a questo poco serve un’impresa estera.
Anzi, in questo tessuto di abbandono politico fare affari diventa forse più facile, ma a scapito di chi?

La comunicazione data in Italia è stata quindi fuorviante ed occorre considerarla con attenzione.

Non si tratta della “Rinascita dell’Albania”, né della “riscossa” dei suoi abitanti. Si scorge invece tra le righe una parte di Italia che non ce la fa più, probabilmente anche a ragion veduta, e cerca quindi di sfruttare le potenzialità di un posto dove è ancora tutto da costruire.

Ma questo non procura vantaggio per gli albanesi, nè promuove un’evoluzione per l’Albania.

Una terra divorata dalla corruzione e inghiottita dalle cicatrici di una storia davvero complicata deve poter in primis puntare su di sé, con il supporto e non con la colonizzazione da parte di una classe media straniera. Così c’è piuttosto il rischio di andare ad alimentare un comportamento vizioso dello Stato tagliando le gambe alla possibilità, per i cittadini albanesi, di pretendere un cambiamento che sia dalla loro parte. /www.coreonline.it/

Read Full Article

Un tour nella storia alla scoperta di una terra affascinante e lontana dal turismo di massa
albania

Nonostante si tratti di una delle nazioni geograficamente più vicine all’Italia (a separarci sono soltanto i 72 km del Canale d’Otranto), antichi legami storici e la presenza di mezzo milione di persone in mezzo a noi frutto di emigrazioni lontane e recenti, dell’Albania sappiamo davvero molto poco, limitandoci il più delle volte a quanto riportato da stampa e televisione.

In compenso gli albanesi conoscono molte bene l’Italia e ne parlano in qualche modo la lingua, oggi grazie anche alla televisione capace di essere captata anche negli angoli più remoti del loro paese, tanto che ogni qualvolta le cose a casa loro si sono messe male in parecchi hanno pensato di attraversare il basso Adriatico per trasferirsi da noi. E’ accaduto a metà del 1400, quando furono invasi dagli Ottomani, si è ripetuto con i gommoni vent’anni fa, quando è crollato l’asfisiante regime comunista. Situata nel tratto sud-occidentale della penisola balcanica l’Albania, grande quanto Piemonte e Valle d’Aosta, si presenta come un rettangolo lungo 340 km N-S e largo 148, che confina con Montenegro, Kosovo, Macedonia e Grecia e si affaccia ad ovest con 472 di coste sull’Adriatico e sullo Ionio; gli abitanti sono appena 3 milioni, ma almeno altri 4 vivono all’estero, Italia compresa, che nel sud conta almeno 50 comuni a maggioranza sqipetara distribuiti dal Molise fino alla Sicilia. Il paese è prevalentemente montuoso, con un’altitudine media di 700 m, il doppio di quella europea, con ripide catene e strette valli a nord fino ai 2.500 m di quota, più basse e larghe nel centro-sud, coste piatte e paludose a nord, rocciose a sud, ma con alcuni buoni approdi naturali di fronte alla Puglia. Questo isolamento naturale spiega gli scarsi rapporti storici con i confinanti, il carattere chiuso e fiero degli abitanti, l’economia povera, l’omogeneità etnica e linguistica, lo stretto legame con le tradizioni ataviche. In compenso natura e paesaggio risultano incontaminati, quasi bucolici, ma estremamente vari, con grandi laghi e lagune costiere popolate da uccelli, boschi e foreste dove vivono ancora orsi, lupi e aquile, emblema quest’ultima del paese.

Apollonia Pur rappresentando l’Albania soltanto un trecentesimo della superficie europea, annovera ben il 29 % delle piante del continente e il 47 % della vegetazione balcanica in appena un quindicesimo di territorio. Abitata nell’antichità da tribù illiriche, venne conquistata nel 167 a.C. dai Romani: il porto di Durazzo era un punto cardine della via tra Roma e Costantinopoli, per seguire infine le sorti dell’impero d’Oriente. Nel 1400 cadde sotto il dominio turco, protrattosi per ben cinque secoli, salvo la breve parentesi del principe Skanderberg, eroe nazionale, capace di sconfiggere più volte le armate ottomane e di salvare così il sud dell’Italia e dell’Europa dall’invasione della mezza luna. Indipendente nel 1912, fu occupata dagli italiani e legata al regno dei Savoia. Le truppe partigiane di liberazione, guidate da Enver Hoxha, vi instaurarono uno dei più duri regimi marxisti, completamente isolato e autarchico per la progressiva rottura con gli antichi alleati Yugoslavia, Urss e Cina, il primo stato a proclamarsi ateo per costituzione. La caduta del regime nel 1992 ha provocato massicci esodi, tensioni politiche e profonde trasformazioni sociali, che neppure i massicci aiuti internazionali sono riusciti a risolvere del tutto. Non risulta certo facile guidare una nazione passata in meno di vent’anni da una delle più rigide dittature al libero mercato, dalle candele ad internet.

Per turisti curiosi

ButrintoL’Albania non può essere certo definita una meta turistica, ma quanti avranno la curiosità di visitarla prima del turismo di massa non resteranno certamente delusi, per l’integrità dei suoi paesaggi ambientali, la varietà naturalistica, la bellezza delle sue città museo, il fascino delle antiche fortezze, l’importanza dei siti archeologici. Un possibile itinerario parte dalla capitale Tirana, città in notevole trasformazione urbanistica gravitante sulla quadrata piazza centrale dedicata a Skanderberg, sulla quale affacciano i principali monumenti, e punta all’estremo nord verso Scutari, sul suggestivo lago omonimo, culla della cultura albanese e capitale già nel III sec. a.C. del regno illirico; dominata dal castello del IV sec., il maggiore del paese delle aquile, presenta resti romani, serbi, veneziani e ottomani. Berati viene chiamata la città delle mille finestre e costituisce un raro esempio di nucleo ottomano ben conservato; offre belle chiese bizantine e moschee entro la cittadella murata. Argirocastro, dominata da un castello duecentesco, detta la città delle pietre e protetta della Unesco, possiede 200 edifici storici dalla particolare struttura architettonica a forma di torre. Butrinti, situata nell’estremo sud di fronte all’isola di Corfù e altro sito Unesco, costituisce la più importante area archeologica con 2.500 anni di storia e testimonianze illiriche, greche, romane e bizantine. La splendida insenatura di Porto Palermo, lungo la riviera albanese dai panorami mozzafiato, ospita il curioso castello ottomano di Ali Pasha, un sanguinario despota ottocentesco, mentre presso Valona, spartiacque tra Adriatico e Ionio, si possono ammirare i resti di Apollonia, antica città corinzia poi maggiore centro romano in Albania, alla cui celebre scuola studiò l’imperatore Augusto. Voskopoja, oggi paesino di 200 anime ad oltre mille metri di quota, a metà del 1700 – prima della distruzione da parte di Ali Pasha – era una delle maggiori città dei Balcani, con 35.000 abitanti e 24 chiese: oggi ne restano in rovina 8, ma con pregevoli cicli di affreschi. Infine Durazzo, seconda città e maggior porto, base navale romana con un anfiteatro da 15.000 posti, il maggiore dei Balcani.

Con chi

L’operatore milanese “I Viaggi di Maurizio Levi” (tel. 02 34 93 45 28, www.viaggilevi.com), specializzato in turismo culturale di scoperta, è uno dei primi a proporre un tour di 9 giorni attraverso le principali località dell’Albania. Partenze individuali settimanali con guida di lingua italiana e mensili di gruppo da aprile ad ottobre 2015, voli di linea Alitalia da Milano (e altre città), pernottamenti in hotel di buon livello con pensione completa, accompagnatore dall’Italia, quote da 1.480 euro in doppia.

Giulio Badini

www.quotidiano.net 10/04/2015

Read Full Article