Month: February 2015

Gli imprenditori di Latina fuggono dalla crisi e aprono dieci negozi nel centro di Tirana

Latina, commercianti e imprenditori in fuga vero l’Albania Il centro commerciale Ring a Tirana

LATINA – Vent’anni fa gli albanesi arrivavano in Italia in cerca di fortuna e di lavoro. Oggi i ruoli si capovolgono, sono gli italiani a rincorrere nuove chance in una città in crescita come è oggi Tirana.
Da Latina è in partenza una carovana di imprenditori, per adesso una decina, che apriranno negozi e attività nella capitale albanese. Tutti nello stesso centro commerciale di lusso che sta per aprire nel cuore della città, il “Ring”.

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L’idea è venuta all’avvocato Amleto Coronella che assisterà gli imprenditori pontini in questa avventura aprendo un nuovo studio legale proprio nel centro commerciale Ring. «Tutto – racconta Coronella – è iniziato grazie a un mio cliente albanese che vive a Latina da vent’anni, un bravo parquettista, il quale mi ha invitato a Tirana facendomi conoscere alcune persone che stanno investendo lì. Così abbiamo analizzato alcuni dati: in Albania ci sono almeno 400 imprese italiane che hanno bisogno di assistenza di tipo legale. Gli studi italiani sono soltanto tre. Così ho deciso di lanciarmi in un mercato nuovo e molto promettente».

Quanto costa aprire uno studio legale italiano a Tirana? «L’affitto è abbastanza alto perché la sede è lussuosa, circa 2.000 euro, ma il personale costa molto poco. Un bravo avvocato albanese prende circa 200 euro di stipendio al mese, io ne ho assunti due per iniziare». Ma Coronella non è il solo ad aprire a Tirana, anzi sarà il punto di riferimento di un nutrito gruppo pontino. «Almeno una decina di imprenditori – racconta – hanno deciso di investire, ma credo che aumenteranno rapidamente. Ci sarà l’abbigliamento con Mancinelli, l’Occhialeria, un negozio di “99 Cent” e anche mia moglie gestirà un negozio di abbigliamento. Tutti nel centro commerciale Ring, un piano sarà quasi interamente pontino. Anche il mio studio sarà nell’area degli uffici nel centro commerciale».

NON SOLO NEGOZI
«C’è anche un altro pontino coinvolto in questa avventura – continua Coronella – Si tratta di Lepori, il titolare del Park Hotel, che gestirà l’albergo all’interno del centro commerciale. Infine Bollanti ha intenzione di aprire un ufficio di rappresentanza per i mezzi di soccorso, insomma siamo un gruppo eterogeneo». Tutti gestiranno le loro nuove attività da Latina, attraverso un sistema video creato ad hoc, ma ovviamente si recheranno spesso a Tirana, almeno una volta alla settimana.

«Tutti assumeremo personale albanese – spiega l’avvocato – garantendo nuova occupazione, ma saremo spesso a Tirana anche perché il collegamento è comodo, solo un’ora d’aereo e poi 15 minuti dall’aeroporto in centro».

C’è un po’ di amarezza nell’investire fuori dall’Italia? «Sicuramente sì – risponde Coronella – ma qui la situazione è drammatica: crisi, tasse, consumi in calo, clienti che non pagano. Pensi che in Albania si paga il 10% fisso di tasse, per tutti. Gli stipendi sono contenuti e noi possiamo portare know-how in un Paese che ci accoglie a braccia aperte. Loro vogliono i marchi italiani e la nostra competenza, ci mettono a disposizione tutto il necessario. E alla fine tutti ci guadagnano».

SIPARIETTO CON RENZI
Il premier Albanese Edi Rama durante l’incontro con Renzi a Tirana disse: «In Albania non ci sono i sindacati come in Italia e non vengono pagate più del 15% di imposte. Non vorrei dare una preoccupazione al mio amico Renzi…». «Stava scherzando» precisò il premier italiano sorridendo… In realtà è tutto vero. E infatti le imprese italiane si lanciano a capofitto verso l’Albania dove lavorano oltre 20.000 italiani. Una nuova piccola America? Sarà il tempo a stabilirlo. Di certo la nascita di una televisione dall’anima italiana come “Agon Channel” (con Simona Ventura, Massimo Ghini e Sabrina Ferilli) è un esempio lampante.

La “truppa” pontina potrebbe allargarsi ulteriormente? «Io credo di sì – risponde Amleto Coronella – anche perché a Latina la situazione è davvero drammatica e purtroppo bisogna fare qualcosa per arginare una crisi così insistente. Io continuerò a fare l’avvocato qui ma ho voluto lanciarmi in questa scommessa che è anche affascinante. Tirana è una città bellissima, ordinata, pulita, benestante. Per alcuni tratti assomiglia anche a Latina, c’è una piazza che sembra identica a piazza del Popolo, con la fontana, il porticato…». di Marco Cusumano/il messaggero

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L’ex cestista Edi Rama: «L’Italia è sempre l’Italia. Non è quella di 25 anni fa, ma per noi albanesi resta ancora un obiettivo per molte cose, a partire dall’istruzione di qualità

Un viaggio di poche ore a Milano. Prima per rispondere alle domande del Corriere della Sera. Poi a quelle di Daria Bignardi alla trasmissione de La7 “Le Invasioni Barbariche”. Il primo ministro albanese Edi Rama – 50 anni, ex cestista (è alto poco meno di due metri), artista (meglio: pittore), ex sindaco di Tirana (dal 2000 al 2011) e leader del Partito socialista – ha parlato di tutto, dalla minaccia del radicalismo islamico alle tensioni con Mosca, dall’Unione europea alla politica italiana. Senza mancare di sottolineare le sintonie con il presidente del Consiglio Matteo Renzi.

edi ramaPrimo ministro Edi Rama l’Europa è spaventata dall’avanza di Isis. Come se ne esce da questo contesto di crisi?
«Contro il radicalismo islamico ci sono diverse risposte. Da un lato serve una battaglia senza sconti, dall’altro bisogna rafforzare l’Europa, senza cadere nella trappola della divisione, senza chiudersi: ogni chiusura che viene dalla paura non rafforza la posizione comune verso questo nemico molto particolare che è come un’epidemia. Quello che succede agli ostaggi non è una barbarie lontano da noi, succede a casa nostra: siamo tutti minacciati. Ma la risposta deve essere un’Europa della speranza, non della paura».

Per combattere Isis serve l’intervento militare?
«Quel che si è fatto finora è giusto e bisogna continuare a farlo: loro minacciano la nostra civiltà. Ma su questo bisogna risolvere il grande problema di quelli che, per un tornaconto politico personale, cercano di dividere e non di unire, dicono alla gente che il problema sono i musulmani. È un approccio fa il gioco del nostro nemico comune».

L’Europa deve affrontare un’altra crisi: quella con la Russia…
«Non è una sfida facile perché oggi abbiamo a che fare con un’Europa della paura, un progetto incompiuto, senza una leadership e senza coraggio. Un progetto inciampato davanti a difficoltà enormi. Ci hanno portato verso un’Europa tattica, legata agli appuntamenti elettorali, ostaggio di interessi particolari. Con la Russia si è vista proprio l’assenza di una grande Europa strategica».

Vista questa Europa, l’Albania è ancora interessata a entrare nell’Ue?

«L’Europa è un sogno. Per chi vede in avanti è chiaro che gli Stati Uniti d’Europa sono l’unica strada per garantire le generazioni future».

Com’è vista l’Italia dagli albanesi?
«L’Italia è sempre l’Italia. Non è quella di 25 anni fa, ma resta ancora un obiettivo per molte cose, a partire dall’istruzione di qualità. Il vostro Paese è una realtà che ci appartiene dal punto di vista spirituale e culturale».

C’è chi dice che voi rischiate di danneggiare l’economia italiana offrendo incentivi per le aziende straniere…
«Dovete guardarci come parte dell’Italia dal punto di vista dello spazio economico. L’Albania è il Paese ideale per ogni imprenditore italiano: trovate da noi tutto quello che non riuscite a trovare in Italia, ma questo non danneggia il nostro vicino».

Chi ha ragione tra il primo ministro greco Tsipras e l’Ue sui debiti di Atene?

«Quello che posso dire è che entrambe le parti devono parlarsi e arrivare a un accordo. L’Europa, poi, deve riflettere su questa vicenda per capire dove ha sbagliato e per cercare vie migliori contro la crisi».

A Belgrado lei ha rivendicato l’indipendenza del Kosovo. Il suo collega serbo non ha gradito. Come sono i rapporti tra di due Paesi?

«Sono molto buoni. Del resto se i Paesi balcanici non capiscono che meglio essere uniti che divisi non si andrà mai avanti e si sarà sempre deboli con Bruxelles».

Meglio il ruolo di primo ministro o di sindaco, qual è stato a Tirana per undici anni?

«Essere sindaco è un buon inizio per poi fare il premier. Certo, può risultare più facile fare il primo ministro se non hai fatto il sindaco: se prima sei stato un primo cittadino non puoi permetterti di fare solo politica e nulla per i cittadini».

Lei è molto attivo sui social network e anche i suoi ministri…
«Questo è un governo giovane: i social network sono lo spazio naturale dove muoversi. Non si perde tempo con i social network, anzi, si risparmia, perché comunichi tutto e subito».

Con l’opposizione c’è uno scontro da mesi. Quando farete pace?
«In questo siamo simili all’Italia: anche qui c’è una vita politica battagliera. Da voi ci sono addirittura i comici che fanno la guerra nella scena politica, in Albania almeno i comici fanno i comici».

Mi pare di capire che non le piaccia Beppe Grillo…
«I comici sono utilissimi a prendere in giro il governo, ma votare per i comici per farli governare è prendere in giro se stessi».

E di Matteo Renzi che ne pensa?
«Rappresenta la speranza di un’Italia che finalmente è un Paese che parla di giovani e che riesce a rinascere».

Leonard Berberi/Corriere della sera

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Università: parte progetto Sunbeam per la mobilità Mrai

Entro il 31 marzo le candidature di studenti e ricercatori

Cartina_MacroRegioneAdriaticoIonicaVolete fare un’esperienza all’estero? Tra le opzioni da vagliare non c’è solo l’Erasmus. Nel panorama dei programmi di mobilità internazionale per studenti, docenti e ricercatori universitari uno degli ultimi arrivati è il progetto Sunbeam, che nel 2015 vedrà la sua prima edizione. Sunbeam è l’acronimo di “Structered University mobility between the Balkans and Europe for the Adriatic-Ionian Macro-region”, cioè “Mobilità universitaria strutturata tra i Balcani e l’Europa per la Macro regione Adriatico-Ionica” e nasce per favorire lo scambio tra le due sponde dei mari che bagnano le regioni più a Est del nostro Paese.

Il focus del progetto Sunbeam sarà su tematiche quali comunicazione, porti e relazioni economiche, protezione ambientale, catalogazione e valorizzazione del patrimonio culturale, ambiente e sviluppo sostenibile, turismo culturale e di sviluppo.

Il progetto Sunbeam 2015 fa parte del più ampio programma Erasmus Mundus. Nell’ambito di Sunbeam verranno erogate borse di studio di durata e importo variabile, volte a coprire tutti i costi di soggiorno (vitto, alloggio, trasporti, libri, ecc.). Si va dai 1.000 euro mensili per gli studenti di corsi di laurea triennale e magistrale ai 2.500 euro al mese che saranno erogati ai docenti e al personale amministrativo.

Erasmus_Mundus_SunbeamAl progetto Sunbeam 2015 partecipano venti atenei di nove paesi: Italia, Grecia, Kosovo, Albania, Bosnia, Croazia, Serbia, Montenegro e Slovenia. Tra i partner del programma ci sono Uniadrion, la rete delle università dell’Adriatico e dello Ionio, il Forum delle città dell’Adriatico e dello Ionio, il Forum delle Camere di Commercio, l’Iniziativa Adriatico Ionica, Centro alti studi europei e l’associazione studentesca Aiesec. A coordinare il progetto Sunbeam 2015 è l’Università Politecnica delle Marche, ma in Italia partecipano anche l’Alma Mater Studiorum di Bologna, l’Università di Urbino e la Ca’ Foscari di Venezia.

La piattaforma per candidarsi al progetto Sunbeam 2015 è già online e sarà possibile inoltrare le domande fino al prossimo 31 marzo. Le partenze dovranno avvenire entro il 31 dicembre 2015, mentre la permanenza all’estero non potrà protrarsi oltre il 14 luglio 2018. /Universita.it/

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differenza italiani albanesiChe differenza c’è tra italiani e albanesi?

Abbiamo fatto questo video solo per divertirci e farvi divertire ironizzando su alcuni comportamenti degli italiani e degli albanesi. Non è nostra intenzione offendere nessuno. si dice sul canale youtube della persona che ha caricato il video.

Li auguriamo buona fortuna nel futuro con tanti altri video e tanti iscritti. Qui Potete iscrivervi al suo Canale su Youtube

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CapturelNon solo emigrati. Sempre più spesso vengono da noi per studiare. E poi tornano a casa a lavorare. Magari per imprese italiane, come la tv Agon Channel, il caso più recente. Così sotto i nostri occhi è cambiato 
un paese

Come parlare di Albania in poche righe, cercando di condensare tutto, esperienze personali, storia, passato e presente, per fare un quadro realistico di ciò che sta accadendo sull’altra sponda dell’Adriatico? Senza esaltare acriticamente o demonizzare preventivamente un boom economico tanto lontano dal grigiore che il nostro Paese sta vivendo?

L’Albania nelle ultime settimane è stata al centro del gossip nazionale per via di Agon Channel, la prima televisione italiana delocalizzata all’estero. Quindi dopo aziende produttrici di ogni bene, anche una piccola parte del circo mediatico ha deciso che è di fatto più conveniente emigrare che produrre in casa. Naturalmente, nella vicenda, interessava più capire perché Sabrina Ferilli e Simona Ventura avessero deciso di “emigrare” professionalmente, piuttosto che affrontare un discorso articolato su cosa sia l’Albania oggi e quanto sia diversa dallo stereotipo che ci accompagna dalla caduta del muro di Berlino e la fine della dittatura social-comunista di Enver Hoxha durata ben 41 anni. Parte della stampa italiana era più incline a trovare giustificazioni di questa diaspora nel fallimento personale, nel malfunzionamento della televisione italiana, nella impossibilità di trovare spazi per artisti che invece ne hanno sempre trovati, che sono protagonisti da anni.

Quindi, evidentemente, vale la pena abbandonare la strada del gossip più improduttivo e cercare la spiegazione altrove, magari proprio nella crescita economica dell’Albania cui l’Italia dovrebbe smettere di guardare come a una sorella minore, sfortunata e povera, che non potrà mai abbandonare quel suo triste ruolo di subalternità. In Albania si investe oggi perché è un Paese che offre opportunità che l’Italia non dà e che in prospettiva non riuscirà a dare. In Albania si investe perché è una scommessa che si spera di vincere, perché se è vero che è un Paese corroso dalla corruzione e dalla criminalità organizzata, se è vero che la giustizia ha enormi problemi, ciò su cui non possiamo più mostrarci ciechi è che questi problemi li viviamo anche qui da noi. Quindi fare impresa in un Paese che ha una tassa sugli utili del 15% è sicuramente per alcuni un rischio che vale la pena correre. Ovviamente rimane sullo sfondo tutta una serie di questioni che riguardano la tutela sul lavoro e i salari minimi che sono di gran lunga più bassi in confronto a quelli italiani, ma una cosa è certa, il premier albanese – giovane pittore socialdemocratico – fa della “totale assenza di sindacati” un fiore all’occhiello del suo Paese, consapevole che talvolta lungi dal tutelare le fasce più deboli, i sindacati spesso sono solo garanzia di conservazione e privilegi. A oggi, le imprese italiane attive in Albania sono più di 350 e, secondo il governo albanese, danno lavoro a 120mila persone.

Confronto questi dati con un ricordo personale. Non dimenticherò mai la prima volta che a fine anni Novanta ho conosciuto degli albanesi, miei coetanei. Vivevo in Germania e in autobus presi a parlare con dei ragazzi che conoscevano la mia lingua. Io ero uno studente Erasmus e loro lavoravano in un cantiere poco fuori città. Avevo capito che erano albanesi perché parlavano bene l’italiano, ma non abbastanza da camuffare un accento che non mi sembrava appartenere a nessun dialetto. Eppure non volevano dirmi da quale città venissero e quale percorso avessero fatto per trovarsi a Colonia. Quei ragazzi con il tempo li conobbi meglio e capii che avevano avuto vergogna. Vergogna di essere giudicati. Vergogna di avere dovuto chiedere asilo all’Italia. Perché noi ci siamo sentiti inondati, invasi. Perché non abbiamo saputo essere accoglienti. Caratteristica questa che contraddistingue la nostra politica ancora oggi.

Quei ragazzi erano identici a me, ma io studiavo e loro per lavorare avevano dovuto girare mezza Europa. In quegli anni erano in pochi a presagire il collasso economico che ci sarebbe stato e io mi sentivo fortunato. Fortunato di essere italiano. Ora guardo all’Albania, un Paese in crescita, candidato a entrare nell’Unione Europea, un Paese da cui ancora si parte per raggiungere l’altra sponda dell’Adriatico, ma ora rispetto al passato sempre più spesso per studiare. Per studiare e per poi tornare in patria, tanto all’Italia è rimasto davvero poco da offrire. /espresso.repubblica.it/

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Guai in vista per Mateo Kovačić e Xherdan Shaqiri: è spuntata infatti una foto che ritrae i due giocatori dell’Inter, più una terza persona, facendo il simbolo della bandiera dell’Albania.

Una foto che ha fatto il giro della rete e non solo: la questione è prettamente politica e, come tale, rischia di avere gravi ripercussioni soprattutto se venisse dimostrata la volontà irrisoria del gesto dei due calciatori interisti.

La posizione delle mani mima infatti l’aquila a due testa, simbolo dell’Albania e dalla connotazione negativa in Serbia: tra le due nazioni non scorre buon sangue. Colpa di un contesto storico e politico particolarmente incandescente, e che era sfociato nell’ultima gara tra le due nazionali in una vera e propria rissa. Shaqiri, svizzero di origine kosovara, e Kovačić, croato nato in Austria, potrebbero insomma incappare in seri guai. Stando ai media serbi, inoltre, proprio l’amicizia tra i due non sarebbe vista di buon occhio dai due serbi che militano assieme a loro nell’Inter: Nemanja Vidić e Zdravko Kuzmanović.

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C’è però anche chi getta benzina sul fuoco: stando a Portaloko.hr, quotidiano croato, i due compagni di squadra nerazzurri avrebbero fatto quel gesto in maniera del tutto casuale. Soprattutto per quanto riguarda il loro connazionale Kovačić, il cui sorriso sarebbe inequivocabilmente un indizio di innocenza. Il portale smentisce anche che tra Shaqiri ed i due serbi non ci sia stato feeling, come vociferato da alcuni media serbi. Insomma, la questione è esplosa solo da poche ore, ma pare destinata a far parlare di sé ancora per lungo tempo.

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Aida Xhaxho si tinge di azzurro: “Quell’urlo nella carrozza numero 8…”

L’italo-albanese racconta a Sportag le emozioni della storica convocazione in nazionale
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Immaginate la carrozza di un treno. Carrozza numero 8, per l’esattezza. Tutti gli “inquilini” sono collegati in diretta streaming sul sito della Divisione calcio a 5, in attesa di conoscere le convocazioni del primo storico raduno della nazionale di futsal femminile. Quando viene pronunciato il nome di Aida Xhaxho, la carrozza esplode di gioia. Perché su quella carrozza c’è anche lei, Aida.

“Non è facile descrivere quello che ho provato, abbiamo esultato insieme in treno ed è stato bellissimo così”, confessa Aida Xhaxho, talentuosa giocatrice dell’Isolotto Firenze, nata in Albania ma cresciuta in Italia. “Vedere un cognome con cosi tante X su una maglia azzurra potrebbe suscitare qualche dubbio, me ne rendo conto, – spiega simpaticamente la Xhaxho – io sono nata in Albania e sono felicissima di questo, ma è anche vero che la mia vita l’ho orientata in Italia, mi sono formata in questo paese, ho trascorso qui l’intera infanzia e mi sento parte di esso a tutti gli effetti”.

Aida ha iniziato a tirare calci a un pallone sin da piccola, nella sua Ascoli Piceno: “In quei campetti trascorrevo circa 7 ore al giorno insieme agli amici e ai miei due fratelli. Mia madre diceva sempre che la mia era una vera e propria giornata lavorativa, 7 ore su un campo di calcio…”. Calcio a 11 e poi futsal, con 4 anni di serie A. Simpatia contagiosa e un sinistro niente male: “Nominare MaraDONNA (Aida gioca con il nome del Pibe de Oro) sarebbe troppo semplice, se vuoi sapere un mancino coi fiocchi ti dico Recoba“.

Una passione che è diventata qualcosa di ancor più grande. Ma guai a parlarle di sacrificio: “In molte interviste leggo questa parola, – continua Xhaxho – io non la userei mai e poi mai! Sì, è vero, a questi livelli il sacrificio esiste, ma personalmente credo che per me non sia mai stato un peso indossare scarpette e divisa per scendere in campo. Anzi, ogni volta che lo faccio, i muscoli della bocca si attivano inconsciamente dando come risultato un grande sorriso”. Il motore di tutto è l’amore: “Sono innamorata di questo sport, forse è proprio questo amore che mi sta facendo togliere tutte queste soddisfazioni, dall’arrivo a Firenze alla chiamata per il primo raduno della storia della Nazionale femminile di futsal”.

Albanese di origini ma azzurra al… 99 per cento. Come ci si sente a indossare quella maglia? “Sento il petto gonfio di responsabilità, ma anche dell’onore di rappresentare l’Italia, per me, per le mie compagne e per tutte coloro che coltivano questo sogno e tiferanno per noi da casa. Farò di tutto per meritarmela, so che non sarà facile e che dovrò crescere ancora tantissimo, ma per me questo non è un punto di arrivo, bensì un punto di partenza. Siamo soltanto all’inizio…”. /Sportag.it/

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Irdi Keci: «Io finalista di Masterchef Albania»

ildi keciHa 22 anni. Da 11 ha lasciato Tirana e vive in Italia. Ora è finalista a Masterchef Albania. «E dire che mio padre arrivò qui su un gommone».

Da Tirana è andato via, 11 anni fa, per raggiungere il padre. E a Tirana è tornato. Da vip.
Irdi Keci, 22enne cuoco, è finalista di Masterchef Albania. Da tre mesi fa avanti e indietro da Imola, nel Bolognese, dove vive con la sua famiglia. Ha partecipato per scherzo Irdi. «Mi piace la cucina, ho frequentato l’istituto alberghiero di Castel San Pietro e poi ho lavorato in alcuni ristoranti», racconta  con il tono divertito. «Mai avrei pensato di arrivare qua, che mi prendessero».
«ORA A TIRANA SONO UN VIP». Adesso, quando torna nella sua città natale, la gente lo ferma per strada. «Mi dicono: ‘È quello di Masterchef’. E ho un sacco di commenti in Facebook, soprattutto dopo la puntata del sabato». Ma oltre alla celebrità televisiva, ha ricevuto molte proposte di lavoro. «Il punto però è che voglio rimanere in Italia. Ormai è qui il mio mondo…amo gli ingredienti italiani».
La cucina albanese se la ricorda appena. «Qualche odore e sapore», dice, «legati alla mia infanzia. Come il profumo dell’origano che mia madre mette ovunque, anche nelle uova al tegamino. O il gusto acido dello yogurt che noi in Albania aggiungiamo in ogni piatto, compresa la carne».
Madeleine proustiane che Irdi conserva gelosamente. «Quando manteco il risotto aggiungo sempre una punta di yogurt», rivela, «dà freschezza, alleggerisce». E gli fa ricordare da dove viene.

  • Irdi Keci, 22 anni.

DOMANDA. Ma lei ama di più i piatti albanesi o quelli italiani?
RISPOSTA. Sono cresciuto con la cucina italiana. Come piatto di presentazione a Masterchef ho cercato di unire le due tradizioni…
D. Il risultato?
R. Ravioli di zucca con amaretto caramellato e grana.
D. E quale sarebbe il côté albanese?
R. Quando riceviamo ospiti offriamo sempre gli amaretti, fa parte della nostra tradizione.
D. Se invece dovesse scegliere un piatto tipico?
R. Lo sultjash, un riso al latte dolce e salato insieme. Lo prepara mia madre ed è buonissimo.
D. Quando ha capito che avrebbe fatto il cuoco?
R. Mio zio è uno dei più noti chef albanesi. Mi ha trasmesso lui la passione. Quando ero piccolo mi intrufolavo con mio cugino nella cucina dove lavorava. Lo vedevo là, col cappello bianco a dare ordini. Mi sembrava un eroe sul campo di battaglia. Volevo essere come lui. È anche venuto in trasmissione.
D. Poi però ha lasciato l’Albania per l’Italia.
R. Il primo a partire è stato mio padre nel 1995. Ricordo solo che mi baciò in fronte una notte e lo vidi uscire dalla porta.
D. Come arrivò in Italia?
R. Su un gommone. Come tanti altri. Mia madre riuscì a mettersi in contatto con lui solo tre giorni dopo. Una volta sistemato cominciò a lavorare come muratore.
D. Dopo quanto l’avete raggiunto?
R. Dopo otto anni, che ho passato senza padre. Mia madre è sarta e anche molto brava, ma in Italia trovò lun posto solo in un’impresa di pulizie. Solo da qualche anno è tornata a fare il suo lavoro.
D. Saranno orgogliosi del successo in tivù.
R. Moltissimo. Non riescono a credere che sia io quello in televisione…
D. Come è stato il suo arrivo in Italia?
R. All’inzio difficile. Non parlavo bene la lingua e le persone mi giudicavano per la mia nazionalità. Ho trovato amici con fatica, spesso ero emarginato. C’era razzismo nei confronti degli albanesi.
D. E poi?
R. Poi alle medie e soprattutto alle superiori mi sono trovato sempre meglio. Mi ricordo che ogni anno all’alberghiero organizzavamo un banchetto con tutti i piatti tipici di noi studenti. Era una festa.
D. La cucina l’ha aiutata?
R. Sì. Non importa da dove vieni. Ognuno porta con sé i sapori del «cuore», i suoi piatti. Ma la lingua è unica e tra i fornelli ci si capisce al volo.
D. Quando ha cominciato a cucinare?
R. Prima dell’alberghiero. I miei genitori lavoravano tutto il giorno e così preparavo loro la cena. Era una sorpresa. Mi piaceva trovassero qualcosa di buono a casa.
D. Il primo piatto italiano che ha imparato a cucinare?
R. Le lasagne verdi. Me lo ricordo ancora. Sembravano brutte nel piatto. Poi le ho assaggiate.
D. E?
R. Ho pensato: «Ma come fa a esistere una cosa così buona? Questi italiani mangiano bene». Sono rimasto sconvolto.
D. In questi ultimi 10 anni è cambiata Tirana?
R. Moltissimo. Quando l’ho lasciata c’era degrado. Le strade erano malmesse. Ora sembra di passeggiare per le strade di Bruxelles. L’economia si sta riprendendo.
D. Molti italiani oggi cercano la fortuna in Albania. E dire che un tempo dall’Albania si scappava…
R. Sì, in aereo ne incontro molti. A volte ci parlo. Un paio di loro mi hanno detto che in Italia non riescono a sopravvivere con le tasse. E così vengono a fare affari in Albania (ride).
D. Anche gli italiani dunque ‘rubano’ il lavoro. Chissà cosa direbbe un Salvini albanese…
R. Ogni razzismo è sinonimo di ignoranza. Tutti hanno diritto di cercare una vita migliore, non importa dove. Di fare il salto di qualità. Come ha fatto mio padre 20 anni fa.

Fonte:lettera43.it

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